Pubblico e privato, chi fa acqua?


25 SET. 2008 – Si chiamano multiutility, oppure, più italianizzato, multiservizi. Sono le società che gestiscono su un territorio servizi quali la distribuzione dell’acqua, del gas, e la raccolta dei rifiuti. Prima degli anni novanta si chiamavano anche municipalizzate, aziende di proprietà di un Comune o di un consorzio di più comuni. E’ il caso di Aimag, l’azienda di servizi i cui proprietari sono 21 comuni della provincia di Modena. Dal 2001 è una società per azioni a capitale pubblico, ogni comune possiede una quota azionaria. Uno di questi, Carpi, tra i soci più grandi, un anno fa ha deciso di vendere il 40% delle proprie azioni di Aimag, di cui possiede il 25%. Una decisione che non è stata gradita da diversi cittadini che, riunitisi in comitato, hanno ottenuto un referendum consultivo-abrogativo, il primo della storia della città. Scopo della consultazione, far dire ai cittadini se sono d’accordo oppure no col cedere una parte di proprietà della propria azienda locale di servizi. Si è aperto così il dibattito su quale forma di gestione è migliore per gli utenti-cittadini. Chi garantisce le tariffe più basse? Chi è in grado di competere con i grandi colossi europei? Il pubblico o il privato? Per saperne di più Emilianet ha incontrato Roberto Fazioli, presidente di Soelia Spa e Genia Spa. Due società a capitale totalmente pubblico, le cui proprietà sono, rispettivamente, dei comuni di Argenta (Fe) e San Giuliano Milanese (Mi). Fazioli è anche presidente di Luel, Laboratorio utilities & enti locali, nel suo curriculum spiccano i ruoli di ex-capo segreteria tecnica del ministero dell’Industria e di membro del Cipe presso il ministero del Tesoro. Le aziende che presiede sono realtà che hanno al centro il lavoro e l’organizzazione industriale. Non tendono a realizzare profitti ma al pareggio di bilancio. Distribuiscono gli eventuali margini sulla collettività, attraverso la costruzione di opere. Non conoscono subappalti e hanno lavoratori assunti tutti a tempo indeterminato e premiati con molti incentivi.Cosa significa per i cittadini di Carpi la vendita, da parte del Comune, del 40% delle azioni della multiutility che opera sul loro territorio?La privatizzazione di Aimag da parte del Comune di Carpi ha un significato ben preciso. Dato il contesto nazionale e in particolare quello regionale, equivale all’avvio di un processo di privatizzazione e aggregazione ad una grande società quotata in borsa. La vendita azionaria parziale che si intraprende oggi è soltanto un primo passo. E’ lo stesso processo che è avvenuto per la Sat di Sassuolo (incorporata da Hera, ndr).E al cittadino, tutto ciò cosa comporta?Ne deriva prima di tutto l’irreversibilità della scelta. Una volta che si vende, lo si fa per sempre. Non è una cosa provvisoria. Non si torna più indietro. Si cede oggi quello che è il risultato di una storia di gestione pubblica locale quasi secolare.In cambio di cosa?In cambio di un assegno. E, soprattutto, in cambio del fatto che dal momento della privatizzazione in poi le tariffe dei servizi dovranno tenere necessariamente conto anche di una quota di remunerazione del capitale privato.Vale a dire che ci saranno rincari…I cittadini di Carpi vedranno probabilmente aumentare le tariffe. Non subito, ma domani. Per motivi legati alla remunerazione del capitale. Oltre a questo perderanno la territorialità della loro multiservizi. Non avranno più un’azienda che li ascolta sul loro territorio. Un domani ci sarà un call center che risponderà da chissà dove. La qualità dei servizi forniti da grandi soggetti non è sempre eccelsa. Perché si tratta di realtà lontane dal territorio. Quando un’azienda opera su scala regionale, cosa vuole che gliene importi di quello che succede, mettiamo, a Mirandola? Mi sembra di dire cose molto ovvie, eppure pare che siano innovative…C’è chi dice però che le bollette potrebbero anche diminuire…L’argomentazione della maggiore efficienza del privato che determina una diminuzione dei costi è tutta da dimostrare. Aimag è una bella azienda ed è sana. E’ in testa alle classifiche per qualità dei servizi. Non ha bisogno di un partner industriale che vada a spiegargli come migliorarsi. Da questo punto di vista è Aimag che ha da insegnare. Se un’azienda va bene ed è forte, non vi è la necessità di privatizzare. Almeno che non si voglia fare un ragionamento, come immagino che sia, prettamente finanziario. Le attività connesse ad Aimag sono di tipo monopolistico. La Borsa e il mondo finanziario apprezzano molto ciò che è poco concorrenziale. Il titolo di una società che opera in regime di monopolio è sempre appetibile.Gli amministratori locali dicono che sono le legislazioni europee e nazionali a obbligare i comuni a creare grandi aggregazioni pubbliche e private…Secondo me si tratta di una balla colossale. Non c’è altra replica da fare. In Europa, anzi, il pendolo della storia sta andando altrove. E’ il caso dell’Olanda, dove la legislazione, dal 2004, vieta la privatizzazione delle aziende del settore idrico. Nel Galles i cittadini si sono uniti per ricomprare, con sacrifici incredibili, le azioni dell’azienda che avevano quotato in borsa. A Parigi il sindaco Delanoë sta cercando di non rinnovare più gli appalti con le due grandi multinazionali francesi Veolia e Suez. Non è vero, quindi, che ci sono delle leggi che obbligano ad andare verso le privatizzazioni. La Comunità Europea si è più volte espressa per l’indifferenza degli assetti proprietari. La legislazione nazionale, inoltre, consente l’in house (società a partecipazione totalmente pubblica, ndr), una modalità di gestione che vuol dire, per l’ente locale, disporre di uno strumento operativo capace di liberarlo dall’esigenza di rivolgersi a terzi. Con l’eliminazione di rapporti contrattuali spesso non controllabili. Certamente non ha senso chiedere che un’azienda pubblica adotti la forma di in house se poi l’intenzione è quella di partecipare a gare fuori dal proprio territorio. Ma che bisogno hanno i cittadini di Carpi di un’azienda che va a fare gare fuori? A loro interessa che dia buoni servizi locali. Se si vuole operare al di fuori dell’area comunale sarà sempre possibile fare alleanze, delle reti.Esiste un pericolo anche per i lavoratori legato a una gestione privata?Certo. La parola efficienza, per le grandi aggregazione, equivale a tagliare posti di lavoro. Se no come si fa a raggiungerla? Tant’è che, ad esempio, il processo di aggregazione in Hera ha portato alla chiusura di molti laboratori delle acque.Un altro problema viene a crearsi, quello del conflitto di interessi…Siamo di fronte a conflitti di interesse straordinari. Abbiamo i sindaci che rimangono in parte azionisti e quindi voglio massimizzare il dividendo della loro partecipazione. Allo stesso tempo, in sede Ato (Ambito territoriale ottimale), sono anche regolatori. E, sempre contemporaneamente, devono essere anche tutori degli interessi della collettività. Tre ruoli completamente in antitesi tra loro.E’ un ipocrisia, quindi, dire che le agenzie di controllo intervengono a tutela degli utenti?Ma figuriamoci. Siamo seri. Come si fa a regolare un soggetto quando non si hanno alternative? La regolazione si basa sulla molteplicità. Si deve poter disporre di più soggetti confrontabili. Dopo di che si può regolare, ma se a un certo punto un’agenzia si trova a controllare un soggetto solo, che confronti può fare? Non è più possibile quello che in economia si chiama benchmarking.Allora, uno degli obiettivi della fusione tra Hera ed Enia potrebbe essere quello di diventare l’unico operatore in regione…Beh certo. E non è un caso che la Regione Emilia-Romagna sta parlando di un unico Ato regionale. Il disegno qual è? Un’unica impresa con un unico soggetto regolatore. Con gli stessi soggetti che animano impresa e soggetto regolatore, ovvero i sindaci.I cittadini possono solo sperare, allora, in sindaci ‘illuminati’, che mettano al primo posto le loro esigenze…Magari fosse così. Quando si è quotati in borsa, si può essere buoni o cattivi ma si deve comunque rispondere a chi deve fare cassa. Tutto il resto non esiste. Non ci sono mediazioni con il capitalismo. Chi è amministratore di una società quotata in borsa punta al valore più alto del titolo. Per fare ciò deve prospettare dividendi attivi in crescita, se no il titolo cala. Con questo principio, che ha una sua legittimità, si può anche giocare, però bisogna esserne consapevoli. Non elenco il numero di sindaci, sia di destra che di sinistra, che, entrati in grandi aggregazioni per decisioni politiche arrivate dall’alto, vorrebbero segretamente tornare indietro. Ma non possono farlo.Altra argomentazione che cade è che non ci sono economie di scala che si possono applicare a questo settore.Lo dice la Regione stessa. Basta andare sul suo sito a vedere una ricerca, affidata all’Istituto Tagliacarne, sulla qualità dei servizi in Emilia-Romagna. Aimag risulta sempre in testa nelle classifiche. Se la qualità dei servizi è eccelsa e le tariffe sono tra le più basse, che bisogno c’è di andare a cercare economie di scala? Che poi, in questo settore, non esistono proprio. Le grandi aggregazioni, lo ripeto, si fanno, molto spesso, con logiche finanziarie, non industriali. E per sottrarsi, dietro a grandi ‘scatoloni’, alla responsabilità sul territorio.Ai carpigiani non rimane dunque che riflettere bene…A partire dall’attuale scenario nazionale e internazionale, con l’aria che tira, quello che dico loro è di mantenere l’impresa sana che possiedono. E di tenerla bene. Se fosse malandata, capirei. Perché è vero che non tutto il pubblico funziona bene. Ma non è il caso di Aimag. Il pubblico funziona male quando diventa luogo di spartizioni partitiche dove nessuno risponde dei risultati. In Italia una vera battaglia sarebbe quella di ristabilire il principio della responsabilità dei risultati.

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