Prove tecniche di transizione


Siamo agli sgoccioli. Ancora qualche anno e poi sarà la fine, la fine del petrolio. Sarà tra15 anni? Oppure tra 30? Difficile dirlo con esattezza. Di certo sappiamo che ci sarà un futuro post petrolifero, anche se nessuno ce lo dice. Una verità che viene taciuta perché connota scenari quasi apocalittici. Provate a immaginare intere città e periferie, coi loro immensi centri commerciali non raggiunti da rifornimenti di cibo e prodotti. E provate a pensare a un’agricoltura senza petrolio, senza cioè l’ingrediente che fa muovere i macchinari e che è alla base della produzione dei concimi. Un esercizio mentale che può far passare le notti insonni. Ma un buon antidoto per non trovarsi un domani spaesati in un’epoca di traumatici cambiamenti. Non è infatti una passeggiata passare da un modello economico basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo, a un mondo che ne dovrà fare per forza a meno.A percorrere questa strada c’è già chi si sta allenando. Sono gli aderenti al movimento delle Transition Town, città che puntano a diventare indipendenti dai combustibili fossili. Una rete di “adepti” che ha le sue origini in Inghilterra e il cui progenitore è Rob Hopkins un docente universitario che nel 2003 a Kinsale, in Irlanda, senza volere ha dato il via a un’esperienza rivoluzionaria: il Kinsale Energy Descent Plan. Altro non era che un’esercitazione per i suoi studenti. Un esperimento che doveva indicare come la piccola città irlandese avrebbe dovuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile. Da quell’intuizione è nata successivamente una rete di gruppi di persone volenterosi di applicare gli insegnamenti di Kinsale anche in altre città. Ma in cosa consistono i comportamenti e le attività svolte dagli abitanti delle città in transizione? Riguardano l’utilizzo consapevole delle automobili, l’applicazione di tecniche di agricoltura sostenibile, il consumo di prodotti locali, il riutilizzo di oggetti vecchi, l’installazione di impianti energetici alternativi, come il fotovoltaico, e di accorgimenti volti al risparmio energetico. Ma non solo. Parte integrante del percorso è anche la riscoperta delle pratiche che esistevano prima dell’”età del petrolio”. Come la produzione del pane in casa, la coltivazione dell’orto, cucinare usando prodotti stagionali e rammendare calze bucate. A Monteveglio, paese di cinquemila abitanti in provincia di Bologna, la transizione è già partita. Da dieci mesi un gruppo guida non la smette di organizzare serate informative e attività pratiche. Come quella degli orti in condivisione, appezzamenti di terra gestiti da una decina di famiglie ciascuno e che servono ad evitare il supermercato almeno per quanto riguarda l’approvvigionamento di verdura. C’è poi la banca del tempo, che consente ai montevegliesi di scambiarsi ore di lavoro e consulenze. E si pensa anche all’introduzione di una moneta locale, accettata dai negozi del paese, che possa favorire l’acquisto dei prodotti locali. Un modo anche per aiutare la sopravvivenza delle piccole imprese e che allo stesso tempo diminuisce gli sprechi di energia legati ai trasporti per fare arrivare le merci da fuori. Perché l’obiettivo davanti è sempre l’autosufficienza, l’arrivare a vivere, cioè, senza alcuna dipendenza da fattori esterni. Tra i compiti dei cittadini in transizione c’è anche influenzare l’amministrazione locale ad assumere provvedimenti a favore del risparmio energetico. Incalzato da Cristiano Bottone, fondatore della comunità di transizione di Monteveglio, il Comune si è messo a lavorare ad un proprio piano di riorganizzazione energetica.Il modello operativo delle Transition Town è contagioso e si sta espandendo in tutto il mondo. Uno dei suoi punti di forza è il proporsi come un metodo elastico. Non c’è una ricetta precisa da seguire, sono le persone a mettersi in gioco rivedendo e arricchendo di continuo l’esperienza collettiva. Sul sito della rete internazionale si possono leggere le esperienze delle varie città. Diversi workshop, che però si tengono quasi sempre in Inghilterra, vengono poi organizzati per poter discutere di temi circoscritti.Come tutti movimenti dal basso, anche quello della transizione può essere accusato di velleità. “Non si tratta di sognatori, bensì del segno che sta maturando una sensibilità a un problema che è epocale e che va affrontato a tutti i livelli”. A parlare è Luca Lombroso, meteorologo e socio di Aspo, l’associazione internazionale che studia il picco del petrolio. Secondo il gruppo di scienziati che ne fanno parte, il punto di produzione massima di petrolio, il momento dopo il quale la sua estrazione può soltanto diminuire, e il suo prezzo soltanto salire, si è raggiunto già alla fine del 2005.“Negli ultimi diecimila anni di storia dell’uomo”, ci spiega Lombroso, “9850 sono trascorsi senza uso del petrolio. Gli ultimi 150 hanno coinciso con un periodo breve ma intenso in cui si è formata una sorta di schiavitù da questo”. Il difficile è far capire che la discesa delle quantità estratte di petrolio può essere considerata un bene. “La maggioranza dell’opinione pubblica”, continua il professore, “non è ancora pronta a recepire un messaggio di cambiamento così radicale. Il problema è che non stiamo andando incontro a una decrescita volontaria, a un rallentamento graduale della macchina. Stiamo andando verso una recessione che potrebbe essere l’equivalente di andare a sbattere contro a un muro”.Ben vengano allora comunità di persone che fanno già la prova non farsi troppo male nello scontrarsi con una nuova realtà. E che, anzi, trovano divertente approcciarsi a nuovi stili di vita. Che non si basano solo sulla sostenibilità ambientale. Al centro di questo grande esperimento sociale larga scala c’è la promozione di un mondo con più relazioni umane perché fatto di maggiore vita comune, di più amicizia e di più amore. Visto così il nuovo feudalesimo dell’era post petrolifera non sarà poi così grigio.

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