Promemoria


Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, si ricordano le persecuzioni del popolo ebraico, con celebrazioni, incontri e tanti tipi di iniziative. Fra queste i viaggi della memoria, ovvero carovane di pullman carichi di studenti in visita ai luoghi della Shoah. Un’opportunità per trovarsi più vicini a fatti che sui libri di storia appaiono lontani e quasi scontati, ma che, una volta sul luogo della tragedia, possono tornare ad essere drammaticamente vivi, risvegliando diversi interrogativi. Ci si può chiedere, ad esempio, se gli istinti che portarono l’Italia a collaborare con i nazisti al progetto di schiavizzare e uccidere milioni di persone sono del tutto assopiti. Oppure se esiste il pericolo che la globalizzazione, la crisi dell’economia e la paura della disoccupazione, non possano alimentare nuovi nazionalismi xenofobi e violenze contro le minoranze.Il giorno della memoria ci ricorda quello che siamo stati e quello che potremmo in un qualche modo tornare ad essere. E magari ci è di aiuto per tenere a mente anche quanto è avvenuto di recente nel nostro Paese. Non è un caso se i fatti di Rosarno siano stati accostati in un qualche modo ai crimini contro l’umanità commessi sotto il nazifascismo. Lo ha fatto Adriano Sofri riscrivendo la poesia "Se questo è un uomo" di Primo Levi, mettendo al posto degli schiavi ebrei dalla testa rasata i braccianti neri delle campagne calabresi. E lo hanno fatto tutti coloro che hanno raccontato delle baracche abbandonate da queste persone, trasferite altrove in base soltanto al loro colore della pelle. Spariti i loro abitanti, quei rifugi sono stati rasi al suolo, per far scomparire ogni traccia di quanto è stato. Un modo per rimuovere il ricordo collettivo di un crimine.Così come ci si è presto dimenticati della fine che hanno fatto centinaia di immigrati riconsegnati alla Libia. Senza dare loro nemmeno la possibilità di mettere piede sul suolo italiano. Respingimenti al confine li hanno chiamati. Un altro modo per dire deportazioni. Navi cariche di profughi allo stremo delle loro forze, provati da lunghi giorni di un viaggio infernale che li ha riportati da dove stavano fuggendo. Negando loro il diritto di presentare una richiesta d’asilo politico e consegnandoli ad anni di prigionia in condizioni disumane, a maltrattamenti e a stupri. Tutte cose all’ordine del giorno nei centri di detenzione libici. Come dice la poesia di Adriano Sofri: Meditate che questo è stato, Che questo è ora, Che Stato è questo.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet