Prima e dopo le 10.25


BOLOGNA, 29 LUG. 2010 – "Dai risalto alla parola entusiasmo, per favore". E’ un fiume in piena Filippo Porcelli quando gli chiedo di raccontarmi cosa c’è dietro a "10.25", il corto che ha realizzato insieme ai ragazzi di Scienze della Formazione e della Comunicazione dell’Università di Bologna. Questo lavoro, mi spiega, nasce nell’ambito del progetto NowHere, che da ormai 5 anni lui porta avanti coinvolgendo studenti e cittadini in un’attività laboratoriale per la realizzazione di un film e di un percorso di comunicazione sul 2 agosto 1980. Una data che qui, all’ombra delle Due Torri, è diversa da tutte le altre. Nel 2010, tra l’altro, dalla strage che ha fatto saltare in aria l’intera ala ovest della Stazione Centrale sono passati esattamente trent’anni. E forse anche per l’alto valore simbolico di questa ricorrenza, la realizzazione di “10.25” si è tramutata in una vera e propria esperienza collettiva e partecipata, capace di entusiasmare chiunque si sia trovato a farne parte. Lezioni-fiume cominciate alle 3 di pomeriggio e finite alle 7 del mattino dopo e appassionati confronti in cui Hannibal Lecter è stato paragonato a Nietzsche hanno portato alla nascita di questo film lungo 5 minuti, che per la prima volta non è stato inserito nelle celebrazioni istituzionali del 2 agosto, ma ha viaggiato sul web attraverso i siti del Comune, dell’Università e di Repubblica Bologna, con un passaggio anche sul grande schermo di piazza Maggiore. Oltre, naturalmente, ad essere visibile nella sezione video di www.filippoporcelli.it.Ma cosa rappresenta, trent’anni dopo, il 2 agosto?Il 2 agosto rimarrà per sempre il momento in cui a Bologna si è verificata una grossa frattura. Prima la città aveva l’immagine di un posto sereno, dove le donne potevano uscire sole la notte, dove frequentare l’università era un’esperienza veramente unica e meravigliosa. Con la strage, anche Bologna è stata fatta prigioniera dalla paura, si è per così dire normalizzata. Noi, in "10.25", abbiamo voluto far emergere proprio questa frattura. Più che soffermarci sulla bomba alla stazione abbiamo voluto concentrarci su quello che è successo attorno ad essa. Per esempio sulla grande solidarietà scattata al momento dei soccorsi, contrapposta al cinismo che regna ai giorni nostri. Bologna si è subito mobilitata, magari anche per una questione di mentalità: probabilmente un’altra città non avrebbe reagito allo stesso modo. Ma il bolognese aveva il senso del sociale, dell’altro. Se gli chiedevi un’informazione, non ti lasciava più andar via.Quindi la celebrazione del trentesimo anniversario della strage è stato il pretesto per mettere in atto una riflessione più ampia?Io e i ragazzi siamo rimasti piuttosto sorpresi quando i familiari delle vittime sono venuti a lezione e ci hanno detto che non parlano mai tra di loro di quello che è accaduto. Abbiamo capito che  l’elaborazione del ricordo del 2 agosto è un fatto sostanzialmente privato. Il mio obiettivo è tenere invece in vita la trasmissione di memoria in senso lato, e quindi far lavorare le nuove generazioni su immagini e immaginari delle generazioni precedenti, cercando però di attualizzarle e di far dire loro qualcosa di nuovo.Infatti nel corto, interamente realizzato con materiali di repertorio, le immagini della strage di Bologna sono state affiancate da altri frammenti audio e video che danno l’idea della distruzione. E a fare da filo conduttore nella narrazione c’è una domanda: “Chi ricorda cosa?”. Sì, e tra l’altro il ragazzo di Johnny prese il fucile, che è l’audio principale assieme a Hiroshima Mon Amour, dice "non ricordo": perde completamente il senso del tempo a partire da un’esplosione. Ma questo “x tempo" di cui parla lui è proprio quello in cui si trovano i ragazzi. Oggi gli studenti bolognesi si sentono dei corpi estranei in una città che non riesce a metabolizzarli facendone un’intelligenza viva, attiva, progettuale. Con questo lavoro io ho cercato di dar loro uno strumento utile anche per il futuro. E’ un metodo di decostruzione del reale che poi potranno utilizzare in ambito lavorativo. In che modo?Loro hanno imparato a guardare. Se ci si pensa bene, il corto è fatto da pezzi di film: per realizzarlo quindi i ragazzi non si sono comportati da spettatori, ma hanno adottato uno sguardo d’autore. Quando si guarda un film di solito lo si considera un prodotto fatto e finito, ma non dovrebbe essere così. Perchè il film fa parte della nostra esperienza personale, così come un tramonto o un amore. Quindi è importante vedere un film e dire “questa cosa mi serve e dice qualcosa di mio, quindi la prendo e la utilizzo”. Dopotutto lo ha fatto anche Duchamp con la Gioconda.Si può dire dunque che, attraverso il 2 agosto, lei ha voluto riflettere sulla memoria e sui giovani?Non solo, la terza componente di questa analisi è Bologna. Io infatti vorrei mettere queste attività laboratoriali a disposizione della città e anche della politica, a maggior ragione nella fase di transizione che proprio adesso sta attraversando. Rappresentano un’idea concreta, che fornisce un metodo utile per ripartire. Credo che questo strumento sia importante perchè restituisce alla città la possibilità di ragionare su una propria identità attraverso una ferita, e nel frattempo le permette di recuperare un proprio progetto, di immaginare come vuole essere. Riflettendo su quello che è stata, ma senza sconfinare nella nostalgia.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet