Il modello emiliano batte la crisi. PRODI: “L’industria ci salverà”


parma 30 novembre Vogliamo salvarci dalla crisi? Rimettiamoci a produrre, a realizzare cose. In due parole: “Torniamo all’industria”. La ricetta per la ripresa arriva da Romano Prodi al termine di un convegno a Parma sulle prospettive economiche del nostro territorio. Grande attesa tra gli spettatori che riempiono l’auditorium del Carmine – molti studenti oltre che esperti del settore – per i risultati del progetto di ricerca dal titolo “La metaforfosi del modello emiliano: c’è ancora un futuro per i distretti industriali?”. Uno studio condotto negli ultimi tre anni (oggi la giornata conclusiva) dalla cattedra Jean Monnet della facoltà di economia dell’università – in collaborazione con Fondazione Cariparma – sul futuro della Regione all’interno del panorama nazionale e internazionale.”La nostra forza è ancora l’industria – dice Prodi rivolgendosi alla sala a fine incontro – l’unico modo per rimanere a galla nei mercati internazionali”. Un invito a tornare alla produzione materiale dopo l’ultima rivoluzione industriale: quella informatica, della finanza preferita all’economica, della sterzata verso il terziario. Un sistema che ha “espulso manodopera senza poi riassorbirla”. L’emblema del processo? Il computer. “Ha sostituito milioni di segretarie, senza però ridare loro un’occupazione – analizza il Professore – cosa che invece è garantita nel settore industriale”. “Anche gli Stati Uniti stanno pensando di tornare alla manifattura”, continua poi Prodi, che in questo periodo tiene dei corsi alla Brown University, una delle più prestigiose univesità americane. Prima della sua analisi, sul palco si alternano gli interventi di tre esperti di economia: Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School, Daniele Franco, direttore dell’area di ricerca economica della Banca d’Italia, e Fabrizio Guelpa, responsabile del servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. Dalle loro relazioni emerge una Regione con un tasso di occupazione elevato, un’economia sommersa inferiore rispetto alla media italiana, e una garanzia nell’export (il motore del Nord-est – anche se con qualche giro in meno – esporta ancora un terzo di tutto il Paese). Tuttavia non mancano i punti deboli, come la mancanza di imprese innovative, specializzate e giovani. Senza contare poi, a livello nazionale, un tasso di crescita Pil/pro capite che diminuisce da quindici anni (e nelle previsioni fino al 2016 non accenna a ridursi), e un debito in rapporto al Pil del 120%.Tutti dati che però non agitano Prodi. “Non ho sentito parlare di un sistema allo sfascio – dice in apertura del suo intervento – anche se il settore va riorganizzato: ci vuole una sistema di politica industriale, curato dall’interesse nazionale nella produzione e nell’occupazione sul lungo periodo”. Fa qualche esempio, il Professore, dei problemi dell’industria della sua terra. Le imprese familiari, innanzitutto. Punto critico e “dramma” ad ogni cambio generazionale. “D’altra parte è statisticamente impossibile avere tre generazioni di ragazzi intelligenti – abbozza ironico – ma si può intervenire creando delle fondazioni gestite sempre dalle famiglie, come fanno in Germania”. E il paragone col sistema tedesco offre anche un briciolo di autoincensamento: “Non dimentichiamo che dopo di loro ci siamo noi: la seconda nazione industriale d’Europa”.”PRIORITÀ AL CREDITO” – Tra i relatori, anche il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani. Nel suo intervento invoca una priorità per la ripresa: il credito. “È l’emergenza delle emergenze – dice al microfono – siamo un sistema sottocapitalizzato di piccole imprese di fronte a una progressiva riduzione dei finanziamenti da parte delle banche”. Argomento che Prodi riprende nel suo discorso: “Per la prima volta a 72 anni vedo delle realtà che non hanno a disposizione credito”, afferma definendo le risorse erogate dagli istituti “il sangue nelle vene” per continuare a produrre. Per rilanciare il modello emiliano, Errani propone poi di puntare sulla ricerca e l’innovazione, con la rete regionale dei dieci tecnopoli, dove lavorano 1600 ricercatori. “Un sistema che servirà a convertire parte della nostra manifattura, adattandola a nuovi comparti”. Una “ristrutturazione e riprogrammazione” del settore invocata anche da Prodi. Da condurre con metodo e intelligenza. Perché, come conclude il Professore con la sua calma leggendaria, “non è ancora troppo tardi”.

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