Convegno Cariparma a CIBUS: “La valorizzazione delle filiere agroalimentari del Paese Italia”


parma 10 maggio Un comparto, quello agroalimentare, messo a dura prova dalla crisi degli ultimi anni ma che sta mostrando segnali di ripresa, trainato dall’industria alimentare. Questo lo scenario tratteggiato oggi dal convegno organizzato dal Gruppo Cariparma Crédit Agricole all’ultima edizione di CIBUS: “La valorizzazione delle filiere agroalimentari del Paese Italia”.Raphael Gay, Responsabile della Direzione Agroalimentare del Gruppo Bancario, ha introdotto gli interventi di Roberto Monducci (Direttore del Dipartimento per i conti nazionali e le statistiche economiche dell’ISTAT), Denis Pantini (Responsabile Area di Ricerca Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma), Daniele Rossi (Direttore Generale di Federalimentare), Giuseppe Serino (Capo del Dipartimento delle politiche competitive, della qualità agroalimentare e della pesca del MIPAF).Elevata numerosità degli operatori, estrema polverizzazione dell’offerta produttiva e ridotta organizzazione commerciale delle imprese, esigua presenza di imprese agricole e alimentari di dimensioni medio-grandi, un grado di concentrazione nella fase distributiva ancora non allineato agli altri paesi europei e, infine, la dipendenza dall’ estero per molte produzioni. Questa la fotografia della filiera agroalimentare italiana scattata dal convegno. Un sistema, hanno detto i relatori, che ha bisogno di essere modernizzato anche se i ritardi del sistema Paese pesano sul comparto. In particolare le imprese italiane devono scontare un deficit infrastrutturale nel sistema dei trasporti accompagnato dal prezzo dell’ energia elettrica, dall’ Iva ampiamente al di sopra degli altri Paesi europei – in particolare Spagna e Regno Unito – e dalla crisi dei debiti sovrani che ha accentuato i ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. ”Una debolezza del mercato interno che può essere superata solo puntando all’ export – ha sottolineato Roberto Monducci di Istat – Il settore ha tenuto bene la crisi del 2009 e anche oggi mantiene un tasso di crescita significativo, considerando anche il contesto, ma resta troppo esposto nei mercati esteri tradizionali, come quelli europei. Si pone quindi il problema di riposizionarsi su mercati più lontani e questo non è facile”. Ma il settore va tutelato. L’ industria alimentare in Italia rappresenta infatti il quarto comparto per numero di imprese – circa 55mila, il 13% del totale manifatturiero – e impiega circa 400mila addetti. “I dati mostrano la persistenza di una elevata frammentazione del settore agricolo e seri problemi di competitività del comparto, su cui grava un’ampia area di economia sommersa – ha proseguito Monducci – Circa il 30% del valore aggiunto dell’agricoltura deriva dall’economia sommersa. Un peso, crescente nel tempo, pari a quasi il doppio di quello medio (circa il 17%). D’altra parte, emerge un notevole potenziale per accelerare l’orientamento verso le produzioni di qualità e la valorizzazione delle filiere”Le PMI sembrano essersi dotate degli strumenti giusti per affrontare una corretta strategia di export. Sempre dalle parole di Monducci, “delle 3.700 aziende esportatrici di fascia medio-alta, oltre 1.500 sarebbero di piccola dimensione (10-49 addetti) e, oltre un terzo sarebbe localizzata nel mezzogiorno. E la capacità di export cresce e, nel secondo semestre 2011 raggiunge il picco massimo pre-crisi con un valore superiore a quello del primo semestre 2008”. Eppure, nonostante la crescita dell’export, la bilancia commerciale resterebbe negativa anche a fronte di un deficit di produzione agricola rispetto alle esigenze dell’industria alimentare che, per soddisfare la domanda interna ed esterna, deve acquistare dall’estero materie prime. “Siamo fortemente dipendenti dall’estero per quanto riguarda le produzioni agricole – ha illustrato Denis Pantini di Nomisma. Dipendiamo, ad esempio, per circa il 61% dall’importazione di farina e grano tenero. Questo genera costi che incidono sulla competitività della filiera e ne comprimono la redditività con un utile che si attesta intorno al 3%. L’export italiano, dal canto suo, cresce ma meno rispetto a quello di altri paesi tra cui gli stessi paesi emergenti le cui economie sono in costante sviluppo e contribuiscono ad aumentare la domanda di beni alimentari”.Alla luce di questo scenario Pantini tratteggia un futuro della filiera segnato dal rafforzamento delle relazioni tra agricoltura e industria alimentare. I prodotti Dop, in virtù del legame produttivo con aree definite, possono rappresentare leve importanti per lo sviluppo delle filiere e il mantenimento del valore aggiunto sul territorio, anche alla luce dell’elevato interesse ed apprezzamento che connota il “made in Italy”, sia sul mercato interno che all’estero. A dispetto però di tale potenzialità, il “sistema Dop” manifesta diverse criticità organizzative che riguardano in maniera trasversale le filiere delle Denominazioni sia a basso che ad alto volume di offerta (scarsa conoscenza da parte del consumatore, polverizzazione produttiva, bassissima concentrazione dell’offerta in fase di commercializzazione). In altre parole, il marchio Dop/Igp non elimina “automaticamente” le criticità strutturali tipiche del sistema produttivo agroalimentare italiano. La creazione e la ripartizione del valore aggiunto nella filiera Dop discende quindi dalla capacità di aggregazione e commerciale delle imprese delle diverse fasi produttive.Ecco quindi la voce di Federalimentare che, non a caso, chiede al Governo di favorire l’accorpamento delle imprese tramite l’innalzamento del tetto massimo per la defiscalizzazione delle operazioni risultanti da attività di Mergers & Acquisitions. Questo potrebbe costituire uno stimolo concreto alla crescita dimensionale ed allo sviluppo degli investimenti, con conseguente incremento e miglioramento dell’attività produttiva delle imprese. “Sono due le direttrici sulle quali si muovono le nostre richieste al Governo – ha spiegato Daniele Rossi di Federalimentare. Da un lato chiediamo di diminuire la pressione fiscale: ricordiamo che si sta discutendo anche di un’ipotetica tassa sui cosiddetti “cibi poco sani”, intervento discriminante per un comparto strategico all’interno dell’intera economia del Paese. Sull’altro fronte chiediamo che si continui a sostenere l’export. La ricostituzione dell’ICE ha rappresentato una concreta risposta alle richieste del mondo imprenditoriale italiano ma, considerando il ridimensionato assetto organico e strutturale della nuova ICE e il fatto che l’Industria agroalimentare sia stata ulteriormente penalizzata dalla liquidazione di Buonitalia, chiediamo che nell’ambito del Programma Promozionale ICE sia incrementata la quota destinata al settore alimentare portandola dal 7% al 12% – 15%”.E, tra le carenze strutturali del sistema Paese, si rilevano anche i costi che le aziende si trovano ad affrontare. Tra questi il costo dell’energia che in Italia è decisamente superiore alla media europea e che si aggiunge alla forte pressione fiscale. Il Gruppo Cariparma Crédit Agricole, player di riferimento per il comparto, ricorda nelle parole di Rapahel Gay, Responsabile della Direzione Agroalimentare “come tra il settore energetico e quello agroalimentare esiste una forte sinergia, ancora più evidente se si adotta un approccio di filiera, dalla materia prima al prodotto finito. Le Agro Energie giocano un ruolo fondamentale, in grado di trasformare quelle che oggi rappresentano delle criticità, come ad esempio la presenza di amianto sulle coperture dei fabbricati rurali o lo smaltimento dei reflui animali, in importanti opportunità di business. In particolar modo, la produzione di elettricità ottenuta dalla combustione del biogas riduce il ricorso a fonti fossili come gas naturale e carbone. Un merito riconosciuto dalla normativa nazionale, che premia con incentivi economici la produzione di elettricità. La realizzazione e la gestione di impianti dedicati alla produzione di questa tipologia di energia diviene, di conseguenza, economicamente sostenibile”.

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