PMI, non più figlie di un Dio minore


BOLOGNA, 12 MAG. 2009 – “Politiche per un ambiente favorevole alla competitività e coesione sociale”. Così CNA Emilia-Romagna ha intitolato l’iniziativa in programma ieri nell’ambito della Prima Settimana Europea delle Piccole e Medie Imprese. Si trattava dell’appuntamento centrale dell’intera rassegna, un incontro in cui sono stati messi a confronto il mondo della politica, dell’economia e della finanza, che hanno discusso insieme su come affrontare la crisi e tradurre in azioni concrete i 10 principi su cui si fonda lo Small Business Act.Hanno partecipato al convegno Vasco Errani, presidente della Regione Emilia-Romagna, e Marko Curavic della DG imprese della Commmissione. Ai loro interventi è seguita una tavola rotonda moderata dal Presidente di A.A.STER Aldo Bonomi, con Patrizio Bianchi, Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara, l’onorevole Giuliano Cazzola, Vice Presidente della Commissione Lavoro della Camera, il senatore Gian Carlo Sangalli, componente della Commissione Industria del Senato e Stefano Rossetti, Direttore Commerciale Emilia-Est e Romagna. Ha concluso i lavori Ivan Malavasi, Presidente nazionale CNAA margine dell’incontro, viaEmilianet ha deciso di incontrare il presidente di CNA Emilia-Romagna Quinto Galassi, a cui è stata affidata la relazione di apertura, per riflettere sul ruolo delle Piccole Medie Imprese in ambito locale ed europeo e per tracciare un primo bilancio della Settimana ad esse dedicata. Lei ha concluso il suo intervento con un appello alla politica europea per una maggiore salvaguardia delle differenze dimensionali delle Piccole e Medie Imprese e della loro qualità. Pensa che la decisione di organizzare una settimana di iniziative e riflessioni sulle PMI possa considerarsi un primo passo in questa direzione?Devo dire che Bruxelles sta già dando, non da adesso, molta attenzione al sistema delle piccole imprese, che in Europa occupa una posizione maggioritaria. A livello continentale, infatti, il 75% degli occupati lavora in imprese che hanno meno di 50 dipendenti. E proprio da qui nasce l’esigenza di cominciare a vedere dove possono essere le leve che consentiranno di superare questa crisi e soprattutto di incamminarci verso un sistema produttivo ed economico che sia più attento al sociale, allo sfruttamento dell’ambiente e, in sostanza, alla qualità della vita. Certamente la crisi finanziaria, quindi la bolla speculativa che è partita dall’America, sta velocizzando questo processo. E il fatto che oggi, grazie alla Prima Settimana Europea delle PMI e dopo anni di lavoro e di confronto, si arrivi ad una sintesi dove l’Europa chiede di fare "più attenzione al piccolo" è estremamente positivo. Attenzione però: non si sta dicendo che il piccolo è bello e che deve rimanere tale, ma che tante piccole imprese insieme possono diventare delle imprese grandi, in grado di competere con le grandi imprese. Adesso, prima di tutto, bisogna che il piccolo abbia le stesse opportunità degli altri per far propri degli spazi di mercato liberalizzando l’economia, mettendo regole sugli appalti e sul credito per consentire alle imprese di dimensioni ridotte di potervi accedere. E’ necessario favorire le PMI con delle azioni e degli strumenti di affiancamento e di sostegno, con delle politiche di diversa caratura, perché il grande patrimonio di competenze, di conoscenze e di professionalità che sta dentro questo mondo sia messo effettivamente nelle condizioni di poter creare uno sviluppo economico, sociale e contemporaneamente rispettoso dell’ambiente.A livello nazionale, invece, il senatore Sangalli ha annunciato l’accordo bipartisan raggiunto a Palazzo Madama su una più precisa definizione della rete di imprese. Le fa piacere?La decisione presa in Senato permette, tra l’altro, alle piccole imprese che operano in rete, o comunque in filiere, di ricevere quote di appalti ad esse riservati, come d’altronde anche noi abbiamo chiesto nella relazione presentata oggi al convegno. Questo è un aspetto molto importante perché, fino ad ora, il capo-filiera aveva su di sé tutte le incombenze, ma anche molte più opportunità. Gli altri soggetti che operavano insieme a lui, ma con cui dal punto di vista fiscale non c’era alcun tipo di rapporto, erano quindi soggetti facilmente sfruttabili rispetto alla divisione degli utili o altro. Una maggiore regolamentazione del modello di rete renderebbe invece tutto più equo. Vedremo come si svilupperà la discussione nel passaggio previsto alla Camera, ma per ora va nella direzione che anche noi auspichiamo.CNA ha molto insistito sul concetto di Impresa-Rete, a cui è stata dedicata la prima iniziativa di questa Settimana Europea. Il rettore Bianchi ha però ammesso di diffidare di questo modello, troppo spesso riducibile ad un banale raggruppamento di singole imprese privo di qualsiasi rapporto di complementarietà. Lei crede che questo sia un rischio concreto?Il professor Bianchi ha fatto un’osservazione che io credo sia quasi obbligata. Per raggiungere un certo obiettivo, per sviluppare un determinato prodotto o progetto, ci vuole senza dubbio un gruppo di imprese che siano tra di loro complementari. Questa è la chiave di volta di tutto, non si fa un’ammucchiata di imprese. I soggetti partecipanti devono ovviamente avere un’assunzione di responsabilità che riguarda il risultato finale del progetto stesso. Quindi una compartecipazione ai rischi, ma anche agli utili. Noi veniamo dai sistemi territoriali, veniamo da un modo di operare in cui i piccoli tra di loro collaborano e si scambiano opinioni e informazioni per arrivare poi ad un unico obiettivo. Il discorso di Patrizio Bianchi rappresenta un passo in avanti, una declinazione ulteriore di quello che stiamo dicendo da un po’ parlando di reti produttive, e quindi di sistemi-rete. Oggi bisogna formalizzare di più questo tipo di comportamenti, che sono tipici della piccola e media impresa e che vanno messi nella condizione di essere maggiormente incisivi rispetto alle soluzioni e agli obiettivi che si vogliono ottenere.E come risponde al governatore Errani, che nel corso del suo intervento ha più volte ripetuto che in un periodo come questo “non c’è tempo per stare fermi, bisogna correre per attuare una trasformazione economica e uscire dalla crisi”?Dico che noi siamo d’accordo con lui. CNA ha con la Regione Emilia-Romagna un rapporto di collaborazione e anche di condivisione di scelte politiche, non ultima quella del Patto per attraversare la crisi e dell’accordo sugli ammortizzatori sociali. Questo è un impegno concreto per far sì che, nell’attraversare la crisi, nessuno rimanga scoperto e le imprese possano continuare ad operare avendo il credito e le condizioni per poterlo fare. Se decideranno di non licenziare i lavoratori, le imprese potranno beneficiare degli strumenti messi a disposizione, a partire dalla cassa integrazione ordinaria, ma anche di misure che garantiscono chi la cassa integrazione non ce l’ha.  Quello che noi chiediamo alla Regione è una disponibilità a semplificare, un impegno a creare le condizioni affinché la Pubblica Amministrazione sia sempre meno burocratica, meno costosa e che soprattutto apra di più alla collaborazione tra pubblico e privato. E’ una richiesta che noi avanziamo con uno spirito collaborativo, sapendo che, come ha detto lo stesso Errani "tutto deve cambiare, noi stessi sappiamo che dobbiamo cambiare". Tra CNA e Emilia-Romagna c’è un incontro, uno scambio di necessità che hanno un unico obiettivo: quello di creare lavoro e opportunità per le imprese che operano maggiormente nel territorio e non si sono delocalizzate, ma hanno mantenuto qui la loro attività. La Regione potrà fornire loro servizi e beni in grado di abbassare i costi attuali, ma nel contempo non dovrà essere messa nella condizione di dover pagare di più. Su questo siamo perfettamente d’accordo, ma per realizzarlo bisogna che decidiamo insieme come procedere, in modo che non si continui a dire "voi siete  piccoli, non siete in grado di far vostri gli appalti e noi abbiamo bisogno di risparmiare, quindi il discorso si chiude". C’è uno spazio su cui operare che secondo è molto interessante e importante e su cui noi siamo pronti per poterci misurare.Anche in tempo di crisi, l’Emilia-Romagna rimane una regione virtuosa. Lei stesso ha sottolineato la qualità e la coesione sociale delle PMI regionali. Quale posizione potranno ritagliarsi all’interno della scena produttiva europea?L’Emilia-Romagna ha un’economica diversificata, settoriale, con una storica propensione per l’internazionalizzazione e l’esportazione dei prodotti. Molte imprese si sono innovate, hanno investito e si sono trasformate. Il fatto che questa crisi abbia chiuso dei mercati molto importanti, specialmente quelli che assorbivano i prodotti a maggiore specializzazione e innovazione, come la meccanica per esempio, mette in difficoltà quel segmento più specializzato e dove maggiormente si è investito. Quindi la ripresa a livello europeo e quella dei mercati storici per l’Emilia-Romagna sono entrambe importantissime. Non dipendono però solo dalla nostra Regione, ma anche dalle politiche che faranno gli altri Paesi. Certamente c’è il rischio del protezionismo e noi cerchiamo di dire che non bisogna chiudersi, né avere paura di soggetti che vengono da lontano, anche a minori costi. Che ci si deve saper misurare. D’altra parte però il Sistema Italia, e il sistema Emilia-Romagna in particolare, devono continuare, seppur in momenti di difficoltà, a investire in ricerca e innovazione, nel miglioramento dei prodotti e della capacità produttiva. Solo così verranno salvaguardate quelle punte di innovazione e specializzazione di cui da sempre andiamo fieri. Poi la nostra è una regione straordinaria perché, al di là delle imprese, è anche fatta di gente molto operosa, che non si ferma di fronte alla crisi, che continua a metterci del proprio. C’è una grande attenzione al sociale – per esempio alle opportunità che porta il welfare, come quella di cominciare a lavorare su prodotti eco-compatibili –  e a tutte le attività innovative che vanno nella direzione che la gente si aspetta. Politiche più vicine alla gente, che non si occupano solo di creare sviluppo attraverso la speculazione finanziaria, ma di potenziare il senso di responsabilità che ha storicamente caratterizzato il sistema delle imprese emiliano-romagnole.

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