Piacenza, la crisi vista da Google Earth


PIACENZA, 15 OTT. 2009 – Vista dall’alto la provincia di Piacenza è un territorio costellato di capannoni. Alcuni sono immensi, come il maxi deposito Ikea, un magazzino che serve gran parte del sud Europa di mobilio e oggetti d’arredamento col marchio del colosso svedese. “Siamo una città fortunata dal punto di vista della collocazione geografica, ma l’altro lato della medaglia è che nei centri logistici non si fabbrica niente”. A introdurci una delle prime caratteristiche di questo territorio, dal punto di vista della produzione e dell’occupazione, è Gianni Copelli, segretario della Camera del lavoro piacentina. “La logistica occupa una buona fetta delle aree dedicate all’industria, ma in proporzione pochi lavoratori”. Addetti che, tuttavia, possono considerarsi parte di uno dei pochi settori attualmente non in crisi. Rimangono però i problemi tipici del mondo dei trasporti, come l’utilizzo improprio delle cooperative. “Ben vengano anche loro – continua Copelli -, sempre di lavoro si tratta, ma è necessario prestare più attenzione a come effettivamente si lavora all’interno di queste realtà”. Poi c’è la questione, ancora più torbida, del lavoro nero. “Abbiamo scoperto attività irregolari, alcune svolte di notte, che abbiamo provveduto a segnalare alle forze dell’ordine”.Logistica a parte, a Piacenza il film della crisi non è tanto diverso dalle altre province dell’Emilia-Romagna. A risentirne di più è l’industria metalmeccanica, con aziende come la Sandvik, altra multinazionale svedese, leader nella produzione di utensili e di macchine per movimento terra. Poi c’è la Bobst, azienda svizzera produttrice di macchine per l’imballaggio. E la Bolzoni che, sempre in materia di imballi, è il maggior produttore europeo di attrezzature per spostarli di qua e di là lungo i tanti percorsi che spettano alle merci. Per tutte queste imprese elencate i ritmi di lavoro sono oggi rallentati e il pane quotidiano dei loro operai si chiama cassa integrazione. Stesso discorso per l’Atlantis, azienda costruttrice di imbarcazioni, con 200 cassintegrati all’appello. Se il mercato non tira per le ruspe e le macchine per fare scatoloni, figurarsi per gli yatch.Sono i numeri a disegnare il volto della crisi a Piacenza. “Solo nel mese di luglio abbiamo raggiunto il numero di ore di cassa integrazione di tutto il 2008”, ci spiega Copelli. “Al mese di giugno abbiamo contato 853 richieste di ammortizzatori all’Inps da parte di altrettante aziende. Nello stesso tempo un discreto numero di aziende artigiane si è rivolta al fondo Eber (il provvedimento messo a disposizione dalla casse artigiane, ndr) per fornire una copertura a circa 700 lavoratori. Peccato che questo fondo si era già esaurito a maggio, così che è dovuta intervenire la cassa integrazione in deroga (uno strumento finanziato dalla Regione, ndr).”Ma il dato che fa più impensierire riguarda gli iscritti alle liste di mobilità, ovvero i lavoratori licenziati. “Al 31 agosto erano 1846 – continua il sindacalista -, la stragrande maggioranza messi in mobilità in base alla legge 236 del ’93, ovvero quella che riguarda le aziende con meno di 15 dipendenti. Si tratta di persone che, proprio perché lavorano in piccole realtà, non possono godere della cassa integrazione. I loro licenziamenti avvengono silenziosamente in confronto a quello che può accadere nelle imprese più grandi.”Secondo Copelli, Piacenza non ha ancora fatto i conti fino in fondo con la crisi. “Qui da noi è cominciata un po’ più in ritardo rispetto ad altri territori. Ma ora stiamo pagando: ci sono aziende che non riescono a lavorare, non riescono ad avere credito dalle banche, le quali non si fidano, nonostante tutti i soldi di cui hanno beneficiato per salvarsi”.Piacenza è anche una delle province della regione che impiega più lavoratori extracomunitari, circa 20 mila, divisi tra lavoratori dipendenti (circa 17500) e lavoratori autonomi (circa 2500). Per individuare e sottolineare il loro apporto al locale prodotto interno lordo, la Cgil piacentina ha calcolato il totale di tasse versate dagli stranieri: un importo totale di 88 milioni all’anno. “Un dato che ci fa capire di che tipo di risorsa parliamo. Tenendo presente che c’è un intero settore, quello lattiero caseario, importante per Piacenza, che senza di loro non saprebbe come andare avanti”.

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