“Per 5 aziende su 8 scarse prospettive di ripresa nel 2014”


Cinque aziende su otto “vedono” ancora nero e il 2014 resta pieno di ombre: anche questi dodici mesi, per quanto riguarda le prospettive di ripresa economica, sembrano dunque drammatici. Sono diversi i motivi che mettono in ansia gli imprenditori del nostro Paese: problemi con le banche per la concessione di credito, difficoltà nel rispettare scadenze e adempimenti fiscali, ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione, mancati incassi da clienti privati, impossibilità di pianificare investimenti, scarsa flessibilità nel gestire l’occupazione. Un mix di fattori che fa prevedere un quadrimestre assai complesso per l’economia italiana con le prospettive di ripresa ridotte al lumicino.
Questo l’esito di un sondaggio del Centro studi Unimpresa. Secondo i risultati della “consultazione”, dunque, nei prossimi mesi potrebbe registrarsi un’impennata di dissesti finanziari, stati di crisi o addirittura fallimenti e altre procedure concorsuali. Una previsione decisamente cupa che viene registrata nel 62,5% delle risposte ai questionari. La recessione economica più dura del previsto e l’assenza di prospettive di rilancio rendono il quadro ancora più cupo, stando alle indicazioni fornite dalle aziende. Il sondaggio è stato condotto dopo il passaggio di testimone alla guida del governo tra Enrico Letta e Matteo Renzi.

Le imprese indicano alcuni motivi precisi come fattori negativi. In cima alla “classifica” c’è la questione credito: i problemi con le banche sono di due tipi. Anzitutto l’inasprimento delle condizioni per la concessione di nuovi finanziamenti; poi viene segnalato l’aumento delle richieste di rientro, anche fra le imprese con bilanci in regola. Di fatto molti istituti bancari chiudono improvvisamente linee di credito, scoperti di conto corrente e affidamenti anche ad aziende “sane”‘, facendole finire su un terreno scivoloso. Dito puntato, poi, contro le tasse: la pressione fiscale (imposte e contributi), che per le imprese è vicina alla soglia del 70%, è il secondo elemento destabilizzante: scadenze e adempimenti tributari sono difficilissimi da rispettare.

 

Il terzo fattore allarmante è il ritardo dei pagamenti da parte di Stato centrale ed enti locali. Anzitutto per lo stock da 90-100 miliardi di debiti della pubblica amministrazione che solo in parte è stato rimborsato e che non viene sbloccato da amministrazioni centrali e locali principalmente a causa dello stallo nel meccanismo di certificazione dei crediti vantati dalle imprese. Non solo: le nuove direttive europee adottate recentemente in Italia – che dovrebbero imporre alla Pa di saldare le fatture entro 60 giorni – trovano scarsissima applicazione. Ritardi dei pagamenti, quarto motivo di tensione, sono evidenziati anche nei rapporti fra privati che si traducono – quarto fattore – in un colpo tremendo alla circolazione di liquidità e nella crescita delle insolvenze. La quinta fonte di apprensione è lo stop agli investimenti che, allo stesso tempo, rappresenta un fattore e una conseguenza della crisi economica. Per le imprese italiane la pianificazione degli investimenti sia sul versante dell’innovazione sia su quello della manutenzione ordinaria di stabilimenti, fabbriche, capannoni, esercizi commerciali, infrastruttura tecnologica. Il sesto e ultimo elemento critico è l’ingessamento del mercato dell’occupazione. Le nuove regole varate lo scorso anno dal Governo tecnico non hanno migliorato la situazione e non hanno risposto alla esigenza di maggiore flessibilità chiesta dai datori di lavoro.

“La situazione – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – è da allarme rosso. La massa di imprese che alzano bandiera bianca si estende a vista d’occhio giorno dopo giorno e non si vede una via d’uscita. Le imprese sono stremate e il fallimento, in taluni casi, è inevitabile. Al Governo di Matteo Renzi abbiamo già posto più volte l’esigenza di varare riforme serie, volte a dare speranza agli imprenditori e pure alle famiglie. Per rimettere in moto l’economia, e quindi per far ripartire l’occupazione, si deve dare impulso al credito e vanno tagliate le tasse”. Per il presidente di Unimpresa “un ragionamento, e forse qualche ripensamento, va fatto anche in chiave europea: la Germania ha dati migliori, ma nel lungo periodo anche la robusta economia tedesca pagherà il conto in assenza di politiche economiche in grado di far ripartire anche i paesi più deboli”.

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