Pecorino dell’Appennino, servono interventi


“Produzione unica e inimitabile: il Pecorino dell’Appennino Reggiano è un prodotto eccellente, fatto da mani esperte che lamentano però problematiche burocratiche, rigide normative sanitarie e difficoltà di accesso nelle vie di comunicazione. Ad oggi, a Reggio Emilia, sono 3 le aziende, con addetti con un’età media di soli 43 anni (la metà donne) che lo producono nel rispetto del disciplinare promosso dal Consorzio Conva (per la valorizzazione dell’attività di impresa)” a parlare è il presidente dello stesso consorzio, Gabriele Arlotti.
“Fare questo formaggio – le sue origini risalgono a prima dell’anno Mille -, oggi è molto faticoso, le risorse sono poche ma resistiamo per il nostro attaccamento all’Appennino e la sostenibilità di un processo rurale”, affermano all’unisono le tre società agricole attive in questa produzione: La Maestà di Casina, La fattoria di Tobia di Villa Minozzo e la Valle dei Cavalieri residente al Ventasso .
La prima indagine conoscitiva sulla produzione di Pecorino dell’Appennino Reggiano, promossa nel 2016 dal Conva, scatta una fotografia su questa tipica produzione di montagna, a sedici anni dalla prima attività di recupero sul prodotto. Un’attività all’epoca finanziata da Provincia di Reggio Emilia, con gli assessorati Prandi e Rivi, e Gal Antico Frignano e svolta in collaborazione con l’Università di Bologna. Ad oggi nessuna risorsa è dedicata in specifico alla tutela e promozione di questo prodotto. Eppure, questo pecorino è inserito dal 1999 nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Emilia Romagna, è presente nella Guida Touring del Parco Nazionale dell’Appennino e ha molte richieste che esauriscono la produzione che deriva da oltre 700 quintali annui di latte ovino trasformato.

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