Pd, la confusione è grande sotto l’acqua


20 GIU. 2011 – Nel futuro della gestione dell’acqua potrebbe esserci il passato. Lo dice l’esito del referendum del 12 e 13 giugno. I due sì a favore dell’acqua pubblica hanno fermato la deriva privatizzatrice accelerata dall’attuale governo, e hanno tolto la cannuccia piantata dalle Spa nelle bollette dei cittadini. La normativa, che gli italiani hanno deciso di abrogare, stabiliva che ai privati era garantito un 7% come remunerazione del capitale investito per effettuare i lavori inerenti la gestione del sistema idrico. Una ricompensa pagata da tutti gli utenti e che contribuiva a rendere più salate le tariffe. Il tutto alla faccia del libero mercato e dei rischi d’impresa. Concetti che per il legislatore italiano non esistono: di fatto le multiutility, ciascuna nei propri territori, operano in regime di monopolio. E per quanto riguarda il ritorno degli investimenti, con leggi che ne determinano in maniera blindata il tornaconto, non servono grandi manager per stare a galla. Per gestire un bene comune come l’acqua, la strada da seguire sembra dunque il ritorno alle vecchie municipalizzate, o a qualcosa di simile. Niente speculazioni in Borsa, e niente società per azioni, ma aziende di diritto pubblico in mano completamente agli enti locali. Per la maggior parte dei sindaci dell’Emilia-Romagna (quasi tutti del Pd) si tratta di fantascienza. "Non si può tornare indietro di trent’anni", ha tuonato Graziano Delrio, primo cittadino di Reggio Emilia. Ma di avviso contrario è decisamente possibilista è Roberto Balzani, sindaco di Forlì, che in mente ha la gestione in house del servizio. Un termine inglese che tradotto vuol dire "in casa", vale a dire, è il Comune a creare una propria società fornitrice dell’acqua. Un’eresia in confronto al modello industriale-finanziario che attualmente ancora incanta la maggior parte degli amministratori locali. "Stiamo pensando di togliere il servizio a Hera e affidarlo a Romagna Acque – spiega Balzani -, quest’ultima è una società interamente pubblica, una vecchia municipalizzata, che probabilmente consentirebbe di ridurre anche quei costi che sono il ricarico naturale dei privati".Per ora il sindaco forlivese è l’unico ad essere convinto di un ritorno al passato. Quasi tutti i suoi colleghi nel valutare gli scenari devono soppesare un grande conflitto d’interesse: il fatto di essere, in qualità di Comuni, azionisti delle multiutility e quindi di riscuotere ogni anno centinaia di migliaia di euro di dividendi. In caso di necessità di liquidità, poi, il pacchetto di titoli in possesso, o parte di esso, può anche essere messo in vendita. Come sta decidendo di fare il Comune di Cavriago, roccaforte rossa in provincia di Reggio Emilia. Nel bilancio di previsione c’è la cessione di quote di Iren per un valore di 450 mila euro. Una decisione che il Consiglio comunale deve ancora confermare. Se lo facesse si troverebbe di fronte a un paradosso: l’indomani del referendum una delle cittadine con affluenza alle urne tra le più alte in Italia (e con un numero più alto di Sì in favore dell’acqua pubblica, 97%), vedrebbe scivolare via una parte della proprietà della locale multiutility per questioni di cassa. Lo stesso ragionamento di convenienza sui conti lo ha fatto il Comune di Carpi tre anni fa. Il 25% delle azioni della locale multiservizi, Aimag Spa, sono state messe sul mercato finendo poi nelle mani di Hera attraverso un bando di vendita praticamente fatto su misura. Il sindaco Enrico Campedelli (Pd) rivendica ancora quella decisione. E lo fa nonostante al referendum si sia schierato dalla parte dei due sì per l’acqua bene comune. Ma, si sa, tra gli amministratori del Partito democratico l’ambiguità sul tema è diffusa.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet