Parmalat. “Tanzi animato da delirio di onnipotenza”


PARMA, 4 MAG. 2009 – L’ex patron di Parmalat, Calisto Tanzi, era "animato da un vero e proprio delirio di onnipotenza". Lo scrivono i giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, con la quale hanno condannato Tanzi a 10 anni di reclusione per aggiotaggio, ostacolo all’attività degli organi di vigilanza e concorso in falso dei revisori, in relazione al crac del gruppo di Collecchio (Parma).L’importante era restare in piedi – Nelle motivazioni della sentenza di 350 pagine, i giudici parlano di "spiccata capacità a delinquere di Tanzi", e spiegano che "il suo intento non è certo stato quello di risanare l’azienda, che, lo si ripete, versava già in gravissime condizioni finanziarie sin dalla quotazione in borsa della holding nel 1990". L’intento di Tanzi, invece, secondo i giudici, era "quello di arricchirsi e fregiarsi del titolo di imprenditore modello ai danni dei terzi, sui cui ha scaricato tutti i rischi delle sue forsennate e alquanto sciagurate iniziative imprenditoriali".L’eterno buco – I giudici, Luisa Ponti, Giuseppe Gennari e Silvia Baldi, componenti il collegio, scrivono inoltre di come l’imputato "fosse animato da un vero e proprio delirio di onnipotenza, atteso che anche allorquando, nel corso del 2003, la crisi di liquidità era divenuta davvero insostenibile, egli contava di poter portare avanti in eterno il suo impero a mezzo dell’emissione di ulteriori prestiti obbligazionari". Tanzi non ha mai pensato, scrivono ancora i giudici, "neppure per un secondo di portare i libri in tribunale".La colpa del crac non è stata delle banche – "Il ‘sostegno’ che Tanzi ha accettato" dalle banche "è servito a mantenere in vita un sistema di cui egli era ideatore e primo avvantaggiato". I giudici fanno riferimento alle dichiarazioni rese da Tanzi nel corso del dibattimento, e scrivono: "infatti, pur ammettendo di aver contribuito al crac Parmalat e chiedendo ‘perdono’, in ragione di ciò ai risparmiatori, Tanzi ha ribadito che la responsabilità principale di quanto accaduto deve essere ascritta ai banchieri e agli operatori finanziari", che avrebbero approfittato "della sua ingenuità". In realtà, secondo i giudici, "le accuse che l’imputato ha rivolto alle banche si dissolvono in considerazione del fatto che che il ‘sostegno’ che Tanzi ha accettato dalle medesime", è servito a mantenere in vita il sistema da lui creato. "Pur non escludendosi che alcuni istituti di credito possano aver lucrato illecitamente dal rapporto con il gruppo Parmalat", i giudici spiegano che "senza le determinazioni di Tanzi ciò non sarebbe mai accaduto", e che "l’utilità primaria di tale rapporto è in ogni caso riferibile all’imputato", che ha tratto vantaggio economico "ma anche più in generale in punto di prestigio sociale".

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