Parmalat, le banche sapevano delle perdite nascoste


PARMA, 9 FEB. 2009 – Stava scritto tutto nero su bianco. Non ci voleva un detective per capire che Parmalat fosse un’azienda già fallita. E’ il riassunto dell’udienza di oggi del processo Parmalat che è ripreso nel centro congressi dell’Auditorium Paganini a Parma. Due i periti, Francesco Ghiglione e Angelo Ghio, chiamati dalla Procura di Parma per ricostruire il crack da 14 miliardi di euro dell’impero di Callisto Tanzi. Ghiglione e Ghio hanno ricostruito alcuni dei ‘giri di valuta’ che hanno consentito al colosso alimentare di Collecchio di nascondere le perdite delle società del gruppo per anni. I due tecnici hanno fatto riferimento al sistema che consentiva di accumulare tutte o quasi le passività del gruppo nella società Bonlat, costituita nel 1998 alle Cayman allo scopo di fungere da ‘cassonetto’ per le passività dell’intero gruppo. I vertici di Collecchio "avevano bisogno di una società che non fosse sottoposta a controllo" allo scopo di localizzare in essa "le perdite che altrimenti sarebbero risultate evidenti in altre società" con sede in Italia e per questo controllate. I due testi hanno anche ricostruito la mappa di alcuni contratti fittizi che erano stati messi a punto dagli ex amministratori Parmalat. "Contratti – ha detto Ghiglione – redatti in sterline, in yen e in dollari, anche se non se ne capisce il perché visto che la Parmalat avrebbe dovuto ragionare in euro".Già a partire dal bilancio del ’96, hanno spiegato i due periti, era possibile leggere una plusvalenza infragruppo (una voce attiva determinata da rapporti con società controllate) pari a 150 miliardi, superiore al patrimonio netto della società. Ma si trattava di una plusvalenza fittizia che in quel bilancio non avrebbe dovuto comparire. Togliendo quella, la Parmalat aveva più debiti che capitali per cui era una società sull’orlo del fallimento a cui nessuna banca avrebbe concesso un prestito. L’udienza di oggi conferma dunque la linea della Procura di Parma che vuole dimostrare la complicità delle banche nella formazione della voragine di debiti. Tanzi e i suoi collaboratori non avrebbero fatto tutto da soli, gli istituti avrebbero mirato a guadagnare con commissioni e interessi, per poi scaricare tutti i rischi sui risparmiatori. E ora che Tanzi, Tonna e gli altri imputati risultano privi di risorse economiche, sta proprio nelle banche l’ultima speranza di risarcimento per i risparmiatori.

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