Parma, il laboratorio anti-crisi


24 SET. 2009 – Il 2009 verrà ricordato come l’anno della crisi. Quella economica, certo: la più grande e dolorosa degli ultimi settant’anni. Ma anche quella dei rapporti tra i sindacati italiani, che dopo anni di battaglie fianco a fianco si sono ritrovati divisi. Risale al 22 gennaio, infatti, la firma dell’accordo separato sul modello contrattuale, approvato da Cisl e Uil ma non dalla Cgil. Una divisione profonda, che ha avuto ripercussioni sulle azioni dei mesi successivi, caratterizzati dall’emergenza-recessione. Ma che, sorprendentemente, non ha coinvolto l’agroindustria, settore in cui martedì scorso si è trovata un’intesa sul contratto di lavoro nazionale. Si tratta del primo rinnovo siglato unitariamente dai tre sindacati confederali dopo il “divorzio” sancito nello scorso inverno. Un accordo arrivato dopo settimane di proteste, di cui Parma, città leader nel comparto alimentare, è stata protagonista. Una parte del merito va dunque alla Camera del lavoro territoriale e al suo segretario, Paolo Bertoletti, che ha costantemente supportato i lavoratori nella loro lotta. E che, tra l’altro, ha deciso di affrontare anche la crisi economica in un modo del tutto originale.Come si è arrivati all’accordo unitario nel settore dell’agroindustria?E’ stata una lotta dura, una trattativa durata mesi, che ha richiesto una mobilitazione massiccia da parte dei lavoratori. A Parma abbiamo fatto degli scioperi, che sono riusciti molto bene. Soprattutto per quanto riguarda quello della Barilla, dove l’adesione è stata del 100%: un fatto totalmente straordinario. Ma è importante ricordare che abbiamo organizzato anche il blocco degli straordinari. E se si tiene conto che degli straordinari c’è estremo bisogno, soprattutto in questo periodo, si può facilmente immaginare quanto questa situazione abbia messo in difficoltà le aziende del settore. Comunque io avevo da tempo la percezione che il mondo dell’impresa, anche a Parma, volesse chiudere questo contratto, che non avesse bisogno di conflittualità ma piuttosto di produrre e di lavorare. Purtroppo però c’è stato un vincolo di natura del tutto politica, che è nato all’interno di Confindustria. Questo infatti è al momento l’unico contratto unitario che è stato firmato, mentre loro vogliono fare accordi solo con Cisl e Uil, sulla base dell’intesa del 22 gennaio scorso. Rientra tutto nella scelta di isolare la Cgil in questa fase. Però qui fanno fatica, gli imprenditori sanno che una situazione di conflittualità molto alta con il nostro sindacato produrrebbe grossi danni.Ma questo perché il peso della Cgil è molto forte o perché state portando avanti politiche unitarie con gli altri sindacati e quindi diventa difficile dividervi?In realtà ho visto che ultimamente, in tante categorie, separarci è una delle cose più semplici. A Parma però stiamo facendo delle cose assieme, anche a livello confederale. A breve, per esempio, organizzeremo un convegno con il sistema bancario. Cerchiamo cioè di affrontare la crisi in maniera unitaria. Nel caso del settore alimentare, poi, gli imprenditori temono la Cgil perché è molto rappresentativa, ha un suo peso e sanno che comunque dovranno farci i conti. Nonostante la crisi, infatti, il nostro sindacato è in salute. Quest’anno abbiamo 8300 nuovi iscritti e siamo presenti su tutti i tavoli di crisi, al tavolo confederale con le istituzioni e anche sul contrattuale. Credo insomma che la Cgil stia lavorando bene a livello di rappresentanza e che possa considerarsi il sindacato di riferimento. Anzi, forse è meglio dire che è quello preponderante, per non offendere gli altri.E gli stranieri? Che peso hanno all’interno dell’economia provinciale? Il sindacato come li tutela?Gli stranieri ormai sono dappertutto, nel metalmeccanico come nell’agroalimentare: non se ne può proprio fare a meno. Noi, come sindacato, siamo molto attenti a questo aspetto e abbiamo da anni il nostro ufficio immigrati. In questi giorni, tra l’altro, siamo nel bel mezzo della campagna di regolarizzazione di colf e badanti e c’è ancora più attenzione verso di loro, perché crediamo che siano una componente importante del mondo del lavoro e indispensabile per la tenuta della nostra struttura sociale. Noi stiamo cercando di rappresentarli al meglio, dato che gli iscritti al momento sono quasi 7000. Per questo adesso anche le diverse categorie, come la Flai per esempio, si stanno attrezzando per aprire un loro coordinamento migranti accanto a quello confederale. Tra le vostre iniziative anti-crisi ce n’è stata una piuttosto singolare: il “Ciclo crisi”. In una serie di incontri, avete voluto analizzare gli effetti psicologici e le emozioni che questa situazione genera negli individui e nella società. Perché?So che normalmente un sindacalista deve essere molto concreto, e che in periodi come questo deve chiedersi prima di tutto come salvare i posti di lavoro e fare in modo che la gente possa avere i soldi per vivere dignitosamente. C’è però anche un altro aspetto su cui è necessario riflettere. Riguarda l’eredità di questa crisi, che quando finirà lascerà inevitabilmente delle macerie. Un lavoratore che perde il posto e non si sente più utile alla società diventa infatti vittima di un processo di emarginazione e vive delle contraddizioni pesantissime. In lui nasce una tensione che non è sempre collegata a problemi economici, perché magari ha la casa di proprietà e la moglie che continua a lavorare, ma che mina profondamente la sua autostima. Io ho sempre sostenuto che attraverso il lavoro ci si realizza, non si riceve solo un compenso. Lavorando, ogni individuo mette a frutto le proprie competenze, la propria intelligenza e anche la propria forza nel costruire le cose. Ma soprattutto produce una ricchezza che poi viene utilizzata da tutti, non solo da lui. Per quanto mi riguarda, questa ricchezza viene poi ridistribuita in modo sbagliato – poco sui salari e troppo sugli interessi delle imprese – ma è pur sempre un valore aggiunto, che contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo locale. Quanto tutto ciò viene meno, ci sono delle ripercussioni molto pesanti. Non penso solo al caso estremo delle persone che si sono suicidate, anche se purtroppo ci sono anche queste, ma a tutte le altre possibili reazioni. Noi abbiamo deciso di affrontare il problema assieme all’azienda Usl e ai servizi di igiene mentale, per cercare di indagare la parte relativa al disagio che la perdita del lavoro produce nella mente delle persone. La nostra è stata una sorta di opera di prevenzione, attraverso cui abbiamo fornito degli strumenti per riuscire a evitare una degenerazione. Perché la crisi passerà, e noi dobbiamo tutti tornare ad essere sorridenti e a sentirci importanti.Nelle ultime settimane i lavoratori hanno reagito ad una possibile perdita del posto di lavoro mettendo in atto forme di protesta piuttosto plateali. Penso allo sciopero della fame alla Cnh di Imola o all’occupazione del tetto dell’Innse di Milano. Lei pensa che queste azioni siano efficaci o che possano mettere i bastoni tra le ruote all’azione sindacale?Io credo che un lavoratore che arriva a fare uno sciopero della fame voglia giustamente attirare l’attenzione. Però dietro al suo gesto c’è l’ammissione che le iniziative messe in campo collettivamente non sono state abbastanza efficaci, che l’azione sindacale non si è rivelata utile. Ma anche con questo tipo di proteste c’è il rischio di estraniarsi. In alcuni casi  – penso all’Innse di Milano – si dice: "sono andati su in gruppo, quindi erano proteste concordate", però è sempre un’iniziativa di qualcuno, che esclude gli altri lavoratori. Io invece ho una cultura sindacale, forse anche un po’ vecchia, che dice che le lotte vanno fatte assieme, che si soffre e si gioisce assieme.

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