Operazione verità: diffidate degli slogan


13 LUG 2009 – Tecnicamente si chiamano claims. Sono quegli slogan che sempre più spesso accompagnano i nostri acquisti di cibo e prodotti alimentari, legando il loro consumo a un qualche beneficio per la nostra salute. Ne sentiamo di ogni tipo: dai più generici ("fa bene alla salute", "purifica l’organismo", "fa dimagrire", "è ricco di fibra", "col 30% in meno di grassi"), a quelli più specifici ("abbassa il colesterolo", "favorisce la crescita", "aiuta il sistema immunitario", "aumenta la capacità di apprendimento", "contribuisce allo sviluppo della vista"). E via in un crescendo impressionante che potrebbe continuare a lungo. Basta pensare che all’Efsa, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, tra alimenti in senso stretto e integratori, olte 40mila domande relative ad altrettanti prodotti (e ogni anno se ne aggiungono di nuovi) che chiedono di essere validati relativamente alle loro indicazioni nutrizionali e sulla salute. Il fatto è che, sostanzialmente, sino ad ora, ogni azienda poteva dichiarare (e scrivere sulle confezioni) ciò che voleva a proposito delle qualità di ciò che metteva in vendita. E il povero consumatore si trovava decisamente disorientato davanti a un bombardamento sempre più intenso. Anche perché, ovviamente e giustamente, l’attenzione alla salute è cresciuta in questi anni e dunque la possibilità di star meglio e/o prevenire problemi o di contrastarli in modo "semplice", risulta estremamente attrattiva.Alla base del "fenomeno" claims c’è l’arrivo dei cosiddetti novel food, dei cibi funzionali e degli integratori. Prodotti che grazie a nuove ricerche e applicazioni, hanno "prestazioni" decisamente migliori dei loro antenati e possono davvero, in diversi casi, contribuire a combattere e prevenire problemi di salute di varia natura. Ma ovviamente c’è un ma… Nel senso che quando si investomo miliardi e miliardi, come hanno fatto le industrie in questi anni, e quando si vive in un mondo dove molto è legato alla pubblicità, può succedere che, nel tentativo di vendere il più possibile (tanto per intenderci il mercato degli yogurt negli ultimi anni ha registrato aumenti superiori al 10%) qualcosa sul piano della documentazione scientifica o del necessario rigore sul piano della comunicazione si perda per strada. E così saltano fuori sorprese decisamente spiacevoli (cioè vengono dichiarati effetti non veri o non supportati da alcuna documentazione). Oppure succede che si tenti di far imboccare scorciatoie al consumatore inducendolo a pensare che basta quel tal prodotto per eliminare il colesterolo, quando quel tal prodotto può invece solo contribuire a ottenere un effetto che va invece perseguito utilizzando strumenti diversi e, in molti casi, passando da un medico.Da tener nel conto c’è poi anche la guerra tra aziendi di settori diversi che tutelano le proprie fette di mercato. Basta ricordare, tanto per capirsi, che a promuovere un ricorso all’Autorità antitrust contro Danone e Unilever (ricorso che aveva nel mirino proprio due prodotti anti-colesterolo) è stata l’Aifa, cioè l’Agenzia Italiana del Farmaco. Perché è chiaro che se passa l’idea che per curarsi basta uno yogurt, non c’è più bisogno di altre medicine… Per non parlare del grande mercato degli integratori e dei multivitaminici, dove il confine tra farmaci e non farmaci è decisamente labile.Ma ritorniamo ai nostri claims, per dire che, sino ad ora, dei 157 dossier che l’Efsa ha sin qui valutato, circa l’80% è stato bocciato. Cifre allarmanti, non c’è che dire, che confermano come si sia di fronte a un grosso problema. Questo anche se gli addetti ai lavori spiegano che sarebbe sbagliato interpretare questo 80% di bocciature come il trovarsi di fronte solo ad aziende che vogliono aggirare il consumatore. Entrando più nel merito, la nuova normativa europea sui claims fissa tre tipi diversi di categorie sottoposte a valutazione. La prima riguarda le cosiddette indicazioni nutrizionali (come "ricco di fibre" o "povero di grassi"). Qui è stata definita una griglia precisa, già in vigore, per cui per ogni sostanza si stabilisce al di sotto o al di sopra di quale quantità si può attribuire una data indicazione.Più complicate sono invece le cose per le cosiddette indicazioni sulla salute e per quelle sulla riduzione dei rischi. "Il regolamento europeo – spiega il professor Lorenzo Morelli, microbiologo dell’Università cattolica e uno dei massimi esperti italiani in questo campo – ha introdotto importanti novità. Innanzitutto le affermazioni devono essere supportate da dossier scientifici, e in particolare ci devono essere studi sull’uomo. Questo è un salto di qualità, perché in precedenza gli studi servavano solo per i farmaci. Quanto ai risultati che un prodotto consente di perseguire, come ad esempio ridurre il colesterolo, l’importante è che la comunicazione non parli di prevenzione, ma solo di riduzione del rischio".Questa griglia, secondo il professor Morelli, produrrà molte bocciature. "E’ bene che molti claims che abbiamo visto in questi anni spariscano. Ma sia chiaro che la gran parte delle aziende sono imprese serie, che stanno investendo per sostenere i prodotti, per avere dossier scientifici. Quello che si può comunque raccomandare al consumatore – conclude Morelli – è da un lato di leggere attentamente le etichette, di documentarsi. E poi, dall’altro, c’è da stare attenti a non farsi condizionare da un modello di comunicazione che rischia di farci sentire malati o più a rischio se non usiamo determinati prodotti". A volte nella semplicità della dieta e in uno stile di vita non sedentario sta la risposta a molti problemi.

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