Nucleare, gli appetiti delle multiutility


21 APR. 2010 – E’ una primavera di risveglio per il nucleare italiano. La vittoria del centro destra alle regionali e il matrimonio, consolidato il 9 aprile, tra Berlusconi e Sarkozy in tema di energia atomica rende ancora più realizzabile uno scenario fino a qualche mese fa ritenuto improbabile. Le prime turbine inizieranno a girare non prima del 2020, intanto in circolo ci sono già tutti i grandi gruppi industriali e dell’energia (con Enel e Edf – Energie de France – davanti a tutti, visto l’accordo di collaborazione siglato tra Italia e Francia).In panchina, ma desiderose di essere della partita, stanno le multiutility, comprese quelle che operano in Emilia-Romagna, regione che ha detto no al nucleare. Ma per le ex municipalizzate, ora quotate in borsa, come Hera ed Enia è impensabile restare fuori da un giro di investimenti di così grossa portata. Così come dalla possibilità di essere non solo distributori di energia dall’atomo ma anche produttori."Se il nucleare partirà, le utilities che non avranno una quota di produzione di nucleare saranno fortemente penalizzate", ha spiegato chiaramente Riccardo Casale, presidente del ramo energia di Iride, il gruppo ligure piemontese che dal primo luglio sarà un tutt’uno con l’emiliana Enia. Il problema, alla fine, sta sempre lì: perdere colpi in piazza Affari: "Una utility che vende energia, nel suo mix energetico deve avere le rinnovabili, il gas e, se c’é la possibilità di averlo, anche il nucleare. Altrimenti è molto meno competitiva", ha sottolineato Casale. Il numero uno di Iride, Roberto Bazzano, è anche presidente di Federutility, l’associazione delle aziende di servizi pubblici locali che si occupano della fornitura di elettricità, gas e acqua. Secondo lui le cose sono molto chiare: "chi può disporre di energia nucleare, mette in fuorigioco gli altri attori del mercato". Questo perché, secondo Bazzano, può disporre di energia a prezzi più contenuti. Ciò che tenterà di fare Federutility sarà dunque evitare che sia solo Enel ad avere l’esclusiva sull’energia dall’atomo.Chi è partito in tromba è A2a, colosso multiutilty di Brescia e Milano, lanciato addirittura in un progetto per far risorgere la centrale piacentina di Caorso. L’impianto, attivato nel 1981 e fermato nel 1987 dopo il referendum sul nucleare, è in territorio di Enia, ma ci è voluto il pragmatismo dei lombardi per azzardare un’idea che sa di vintage e di ridicolo. In pratica il processo di dismissione in corso si dovrebbe fermare per far prendere alla centrale il senso opposto della riattivazione. L’intenzione di A2a è comunque di coinvolgere nel progetto anche le vicine multiutility, Hera compresa. L’operazione, in gergo tecnico, si chiama revamping. Un termine anglosassone che tradotto per il caso di Caorso vuol dire ripristinare una tecnologia vecchia che altri paesi come la Germania stanno smettendo. Col solo vantaggio di poter avere una centrale a buon mercato (un po’ come comprare un’auto vecchia ma con pochi chilometri) e in poco tempo, già nel 2014 potrebbe tornare a produrre energia.Sulla sicurezza del progetto si dovrà pronunciare l’Agenzia per la sicurezza nucleare, la cui istituzione è in ritardo ma dovrebbe arrivare il prossimo mese. L’altro ciottolo che manca sulla strada del ritorno al nucleare è il pronunciamento della Corte Costituzionale sul ricorso fatto da 11 regioni tra cui l’Emilia-Romagna. I consigli regionali non hanno infatti ritenuto possibile che una legge, la 99 del 23 luglio scorso, accantoni la competenza delle regioni in materia di energia. L’impostazione del governo è di considerare i siti nucleari "zone d’interesse strategico". Un modo per scavalcare ogni tipo di opposizione proveniente dall’ambito locale. Si tratta della stessa dicitura affibbiata all’area dell’inceneritore di Acerra. Se la decisione della suprema Corte darà ragione a Scajola, un ulteriore passo verso il nucleare sarà compiuto.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet