“Non hanno la minestra, ma il pane è buono”


In collaborazione con Argentovivo Enrico Rea è nato a Isola del Liri nel 1941. Il padre era capomastro e dopo aver resistito alla crisi degli anni ’50, nel 1959 decise di cercare una soluzione per il futuro suo e della famiglia. Come racconta Enrico, "Lione con una magia di manifesti, ci invitava a venire in Francia: Venite, i padroni vi offrono il lavoro e l’abitazione … e così siamo diventati francesi in Italia e italiani in Francia”. Ha lavorato come tornitore in una fonderia di alluminio, poi alla fabbrica di costruzioni meccaniche “Martin” per 33 anni, dove ha svolto attività sindacale. Oggi è in pensione e vive a Lione con la famiglia. Il viaggio di non ritorno che mi ha portato a Lione non è privo di aneddoti. Un “capo drappello” ci ha portato da Frosinone a Milano, poi lui se ne è tornato indietro: ritornava a prendere altre persone. I treni erano sempre pieni. Ci portarono alla caserma Sant’Ambrogio di Milano, unico spazio che potesse accoglierci tutti. Ricordo che volevano che mia madre dormisse nella quarta brandina del letto a castello – in alto – come i militari. Poi un giovane ha detto: “Signora stia calma, che poi salgo io e lei si mette al mio posto”. Dormivamo nelle camerate dei militari. Mangiavamo nella gavetta di alluminio. Siamo rimasti lì per tre giorni, il tempo di passare le visite mediche, per vedere se eravamo idonei. (…) Non potevamo neppure uscire dalla caserma perché lo potevano fare solo i capifamiglia e gli altri, per non perdersi dentro Milano, rimanevano lì. A Milano c’era una nebbia che non si vedeva a due metri di distanza. Io prendevo mia madre per il braccio e le dicevo: “Non ti allontanare perché poi non ci troviamo e debbo farti chiamare con il microfono per sapere dove sei”. Lì ci hanno fatto fare tutte le visite mediche per vedere se eravamo in buona salute, anche se tutti avevamo il permesso per espatriare. Mio padre era già in Francia e lavorava, noi dovevamo raggiungerlo, riformare la famiglia. (…) Io avevo 17 anni e mia sorella quasi 20. Da Milano siamo poi partiti per la Francia e mi ricordo che alla stazione stavamo quasi per sbagliare treno, perché ci avevano detto che quello andava direttamente in Francia. “Siamo sicuri, ho chiesto, perché noi dobbiamo andare a Lione città”. “Allora scendete perché questo treno va a Nizza!”. Per altri, poi, quando dicevano che dovevano andare alla stazione di Lione li facevano andare a Parigi, dove una delle stazioni si chiama “Lione”. E quando arrivavano a Parigi li rimettevano sul treno e li mandavano a Lione, alla “Gare de Perrache”. E così siamo partiti da Milano, e già sentivamo lo stress. Arrivati alla stazione di Modane, ci hanno fatto scendere tutti per il controllo dei passaporti. A me venivano in mente i tedeschi: “Achtung, achtung!”. Ho ancora la cartolina con la quale ci avevano chiamato. Ci mandarono all’ufficio immigrazione e io non avevo mangiato da tre giorni, ci diedero un filone di pane, ovvero la famosa baguette, 3 o 4 scatolette di tonno, di sardine… allora mi son detto: “Anche se non c’è un piatto di minestra, almeno c’è un buon pane!”. Testimonianza raccolta da Valentina Vecchiattini, Spi Ferrara© 2009 Argentovivo . il mensile dello Spi-Cgil Emilia-Romagna

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