Non era blasfemo il crocifisso di Federico Solmi


BOLOGNA, 2 LUG 2009 – Silverio Piro (il giudice che fece sequestrare il film di Ciprì e Maresco “Totò che visse due volte”) lo aveva giudicato osceno, blasfemo. “Effettivamente già in passato mi sono occupato di vicende simili – aveva ammesso – ma nel caso del fim di Ciprì e Maresco si trattava di un’opera d’arte, qui invece siamo lontani mille miglia da considerarla tale. Quel crocefisso è una bestemmia”. E invece anche qui si trattava di un’opera d’arte, tanto che oggi è arrivata la richiesta di archiviazione da parte della stessa Procura di Bologna. Smentendo il suo ex capo ora trasferito dalla dotta Bologna a Velletri (50mila abitanti), ridente cittadina laziale dove aveva la villa Ugo Tognazzi.L’opera dell’artista Federico Solmi era stata esposta, e sequestrata, ad Arte Fiera, la rassegna internazionale d’arte contemporanea tenuta dal 23 al 26 gennaio nel capoluogo emiliano. Erano finiti indagati l’artista, che è bolognese ma vive da dieci anni a New York, il direttore creativo e il legale rappresentante della ‘Not Gallery’, la galleria d’arte di Napoli che aveva esposto l’opera, per le ipotesi vilipendio della religione e esposizione di oggetti osceni. I giudici del riesame che avevano definitivamente dissequestrato l’opera l’avevano spiegata così: "il manufatto è rappresentato da un soggetto crocifisso contraddistinto dal copricapo a forma di mitra vescovile, con il pene evidenziato in modo macroscopico in erezione"."Si tratta di un’opera senza dubbio provocatoria vista l’associazione di simboli sessuali e simboli religiosi – avevano detto i giudici -, ma ciò non esclude la sua riconducibilità alla nozione di opera d’arte". Il sequestro era stato deciso dall’allora Procuratore reggente Silverio Piro. La richiesta di archiviazione è stata fatta dal Pm Luigi Persico, che ha concluso le indagini. Per il vilipendio l’archiviazione è stata chiesta per insussistenza del reato. Molto più articolata e ricca di citazioni la richiesta di archiviazione, poiché il fatto non costituisce reato, per l’esposizione di oggetti osceni. La definizione di opera d’arte – si ricorda nel provvedimento – ha alimentato un dibattito millenario. Il magistrato si chiede se il manufatto merita l’aggettivo di "sublime", applicando i criteri risalenti alla famosa opera del Trattato del Sublime dello Pseudo Longino (1/o secolo d.C.)? Merita quell’attributo di "bello", elaborato da Edmund Burke nel 1757 nel suo famoso Trattato? E se, secondo i canoni marxisti di Gyorgy Lukaks, può validamente essere valutata come "rappresentazione della decadenza di classe nel conflitto tra individuo e società". "Purtroppo tali e tante domande, da commisurarsi alle motivazioni del Tribunale – è la conclusione del Pm – si risolverebbero soltanto in un elegante gioco intellettuale, di nessuna utilità giudiziaria", anche perché un ipotetico ricorso per Cassazione sarebbe sicuramente dichiarato inammissibile, vertendo su questione di fatto. Ne consegue la richiesta di archiviazione con la formula "poiché il fatto non costituisce reato", risultando l’opera – come ritenuto dal Tribunale – manifestazione della libertà garantita dalla Costituzione.

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