Non è ancora un paese per vecchi


L’Italia è un paese che sta invecchiando. Secondo i dati dell’Istat, da qui al 2030 la percentuale di ultraottantenni nella popolazione salirà dal 5 al 9 per cento. Gli economisti, ma dovrebbero farlo anche i governanti, si chiedono come potrà una popolazione costituita in prevalenza da anziani sostenere le sfide dello sviluppo, mantenendo tassi di crescita e di benessere soddisfacenti. Un bel problema, che è anche fonte di preoccupazione sociale. Sarà per questo, forse, che la questione dell’invecchiamento della popolazione sembra essere sparita dall’agenda dei politici italiani, un tema troppo difficile e allo stesso tempo cupo da affrontare.Un modo per avere una visone di futuro meno drammatica e angosciante di quella di una ormai prossima vecchia società è quello di sostituire alla figura dell’anziano considerato come soggetto debole e non autosufficiente la figura dell’anziano visto come risorsa della società. In questa direzione si è mossa una ricerca dell’Ires, l’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali della Cgil, che ha indagato casi e testimonianze di partecipazione sociale da parte degli anziani. Un’indagine commissionata dallo Spi, il sindacato dei pensionati italiani, che da anni spende energie e risorse per comprendere come cambierà la società italiana nei prossimi anni, rivolgendo particolare attenzione alla crescita della popolazione anziana e a quali ripercussioni questa ha sulla sostenibilità dei sistemi di welfare e sulla composizione delle forze di lavoro.La ricerca parte con una lettura approfondita dei dati statistici sull’invecchiamento della popolazione e individua due picchi di “nuovi anziani”. Il primo è in arrivo fra poco, nel 2012, quando la generazione del dopoguerra (coloro nati tra il ’45 e il ’55) arriverà a costituire il 12,5% della popolazione totale. Il secondo picco si avrà, invece, intorno alla metà degli anni 2020, quando la popolazione di età compresa tra i 56 e i 65 anni, arriverà a sfiorare il 16 per cento della popolazione totale e i “nuovi anziani” saranno costituiti dalla generazione nata nella seconda metà degli anni sessanta.Queste due “ondate” saranno costituite da generazioni di anziani diverse tra loro. Prendiamo quella dei cinquantenni di oggi, che entreranno pienamente sulla scena sociale anziana nel prossimo decennio: saranno caratterizzati da un minore retroterra di impegno sindacale, avranno un orizzonte culturale nel quale il sindacato non è più l’esclusiva agenzia dei diritti sociali, come è stato a lungo per le generazioni precedenti. In compenso saranno più istruiti, con una cultura civica e tassi di partecipazione alti. Saranno, insomma, più propensi all’impegno associativo. Una potenzialità, questa, che sarà un delitto non sfruttare nei prossimi anni. Sarà ingiustificato parlare di popolazione inattiva e pensare disperati “E mo’ dove li mettiamo tutti questi anziani?!”. Perché uno dei modi di governare i processi di invecchiamento della popolazione sarà, infatti, proprio quello di sperimentare strumenti e misure per promuovere l’attivismo sociale degli anziani. Per far ciò basterà rafforzare, alimentare e progettare la partecipazione delle generazioni anziane emergenti.Bisogna dunque attrezzarsi. Nel nostro paese non esiste ancora una normativa che inquadra il fenomeno dell’invecchiamento attivo e che valorizzi la partecipazione dell’anziano nella società. I suggerimenti della ricerca dell’Ires parlano di norme innovative, di formazione, di flessibilità dell’organizzazione del lavoro e di interventi ad hoc per preparare le organizzazioni sociali ad assorbire una consistente partecipazione da parte degli over 50.E’ da impreparati, allora, chiedersi smarriti chi si prenderà cura degli anziani in futuro. La risposta è: gli anziani stessi. Sì perché l’associazionismo anziano, si occuperà anche di assistenza e servizi sociali. Lo sta già facendo, ma potrà farlo ancora di più in futuro. Sempre che siano offerti strumenti per sviluppare la partecipazione attiva degli anziani.

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