Non c’è più il maiale di una volta


BOLOGNA, 10 FEB. 2011 – Un tempo era tra le regioni più "maializzate" d’Europa, nel senso che aveva un’altissima densità di popolazione di suini. In Emilia-Romagna negli anni ’80 c’erano più maiali che persone. Negli ultimi anni però il settore della produzione animale sta conoscendo un rapido ridimensionamento. Dal 2000 a oggi, ad esempio, il numero di allevamenti suinicoli è passati da 4500 a 1500. Una crisi che non è solo regionale, ma appartiene a tutta l’Italia. Il problema è che il maiale non rende più come una volta. In termini di guadagni, ovviamente. Attualmente il prezzo al chilo ricevuto dai produttori è di 1,25 euro, ma solo dieci anni fa era di 1,45 euro (2.880 lire).A denunciare l’adamento del settore, per niente rassicurante, è la Coldiretti Emilia-Romagna, che punta il dito sul principale fattore che ha portato a questa corsa al ribasso dei prezzi: l’importazioni di carne suina. Ormai il 40% del fabbisogno nazionale è soddisfatto da animali che provengono dall’estero. Col pericolo che oltre confine le garanzie di qualità e di sanità possono essere più blande. "Visto che certi costi, come quelli dei mangimi – spiega il presidente regionale di Coldiretti, Mauro Tonello – sono aumentati in tutto il mondo, non si comprende come possa continuare ad arrivare in Italia carne di suino a prezzi così concorrenziali, a meno di pensare a vicende come i mangimi alla diossina emersi in Germania.Del minor prezzo pagato al produttore, il consumatore non se ne accorge. "In dieci anni i costi di produzione sono quasi raddoppiati a causa degli aumenti energetici e dei mangimi. Il problema grave è che ad una diminuzione del prezzo alla produzione non ha corrisposto nessuna diminuzione del prezzo pagato dai consumatori", continua Tonello.Ciò che però interessa al consumatore è che i prodotti tipici che acquista siano effettivamente preparati con carni italiane. Secondo Coldiretti, però, fra qualche anno prodotti Dop e Igp che hanno reso famosa l’Emilia-Romagna nel mondo, come il prosciutto di Parma, i salumi piacentini e lo zampone di Modena, potrebbero non essere più fatti con maiali allevati in regione.In assenza di qualsiasi indicazione dell’origine delle carni di maiale – sottolinea Coldiretti – fino ad oggi non c’è stata nessuna informazione al consumatore rispetto al luogo di produzione e macellazione delle carni. "E’ necessario – afferma Tonello – che venga dato il via al più presto all’applicazione della recente legge italiana sull’etichettatura obbligatoria, per evitare che il consumatore si ritrovi a comprare salumi che dietro a nomi tipo ‘prosciutto nostrano’ nasconda carni provenienti da chissà dove. Nell’attesa che entri in vigore la normativa, consigliamo a tutti i cittadini di acquistare solo prodotti a denominazione d’origine, che prevedono l’uso di carni provenienti da allevamenti italiani".

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