Nelle mani dello Stato


4 NOV. 2009 – Capita a volte che un tarlo ti si infili nel cervello e non ne esca più. Rimane lì, dentro la tua testa, e fa molto male. Soprattutto se ha a che fare con la morte di tuo figlio, che aveva diciott’anni e una mattina di fine estate non è più rientrato a casa. E se ti imbatti, sempre più spesso, nelle storie di altri ragazzi che hanno fatto la sua stessa fine.E’ dal 25 settembre del 2005 che Patrizia Aldrovandi si chiede per quale motivo quei quattro poliziotti, dei servitori dello Stato, anziché garantire la sicurezza di Federico lo hanno ammazzato. Ma non ha mai trovato una risposta. Da qualche giorno, anzi, il suo tormento è ancora più forte, perché nel buco nero delle forze dell’ordine è finito anche Stefano Cucchi. Un’altra morte violenta, avvenuta senza una vera ragione.Stefano è morto poco più di 4 anni dopo suo figlio Federico. Anche lui da solo e anche lui dopo aver incontrato degli uomini in divisa. Che cosa ha significato per voi questo nuovo caso?Ci ha costretto a confrontarci nuovamente con una realtà triste e molto inquietante. Anche se non si sa ancora per mano di chi sia morto, quello che possiamo dire con certezza è che Stefano in quel momento era nelle mani dello Stato, proprio come Federico. Era in un certo senso affidato alle forze dell’ordine: stava sotto la loro custodia, visto che si trattava di carcere. E nel momento in cui una persona ha a che fare con degli agenti, dovrebbe essere sicura, no? Invece è successo proprio il contrario. Un’altra volta.Nel caso di Stefano Cucchi, però, entra in gioco anche l’ospedale. Dove sembra che il ragazzo non abbia ricevuto cure. Può cambiare il contesto, ma il problema rimane lo stesso. Dal mio punto di vista, tutte le persone a cui affidiamo la nostra vita, sia a livello di salute che di sicurezza, hanno una responsabilità grandissima. E quando si tratta di apparati dello Stato è doppiamente importante. Si è cominciato a parlare seriamente di Stefano Cucchi solo quando i suoi familiari hanno deciso di rendere pubbliche le foto shock del suo cadavere. Allo stesso modo, è stato necessario un atto di coraggio come l’apertura del vostro blog per far conoscere la storia di Federico. Perché?E’ triste dirlo, ma decisioni come queste diventano necessarie perché altrimenti la giustizia non va avanti da sola. C’è bisogno di una grossissima spinta mediatica. Solo grazie al blog, che per primo ha sconfitto le resistenze "locali", e agli articoli apparsi sulla stampa nazionale è nato l’interesse pubblico intorno alla storia di Federico. E non appena vicende come questa vengono a galla, non possono più essere archiviate. Quando diventano di dominio pubblico è molto difficile, per chi vuole nasconderle, riuscire a farlo. Infatti, nel nostro caso, adesso è in corso l’inchiesta bis: proprio in questi giorni si stanno per chiudere le indagini. E questa volta sotto accusa c’è la Questura, ci sono i colleghi dei quattro agenti già condannati, indagati per vari reati tra cui falso, omissione e mancata trasmissione di atti.Anche per il caso-Cucchi si è parlato di “mele marce”. Lei è convinta che sia sufficiente dare la colpa ai singoli per risolvere tutto?La responsabilità è sicuramente dei singoli, perché è comunque una questione individuale, non mi stancherò mai di ripeterlo. Però nel momento in cui questa responsabilità viene accertata, bisogna che l’apparato statale – la polizia nel nostro caso – intervenga e la smetta di lasciar correre come se niente fosse. Non si può andare avanti così, bisogna cambiare le cose. Bisogna che le responsabilità vengano accertate, ma anche che comportamenti del genere non vengano più tollerati dalle istituzioni.Ma cos’è che fa sì che lo Stato a volte diventi un nemico?Non lo so, davvero. Io mi sono chiesta tantissime volte perché succedono queste cose, ma non sono mai riuscita a trovare una spiegazione. La morte di mio figlio è stata assurda, ancora non riesco a capire che cosa si sia scatenato quella mattina. Perché sono arrivati a tanto? Cosa avevano addosso quei quattro? Io li ho visti solo in tribunale e mi sono sembrati degli individui assolutamente banali. Delle persone qualunque, come quelle che ti passano affianco per strada. Ma allora perché sono stati capaci di tutta quella violenza? Secondo me c’è qualcosa di profondamente sbagliato a monte. Che cosa?Questa gente dovrebbe essere prima selezionata e poi formata, ma con continuità. Perché chi è così pazzo da uccidere un ragazzo, non può rimanere lì. Vuol dire che ha davvero qualcosa che non va, non deve continuare a fare quel mestiere come se niente fosse. Invece loro adesso sono in Veneto con la licenza di uccidere. Quello che mi fa rabbia è che per un qualunque altro reato, anche il furto delle caramelle, ci sono dei provvedimenti che evitano la reiterazione. Ma nel loro caso niente. E in questo modo la legge non è più uguale per tutti. E come si può, secondo lei, recuperare fiducia nelle istituzioni?Facendo da subito giustizia e chiarezza. E soprattutto decidendo di portare avanti le indagini in modo trasparente. Di non affidarle insomma, come è successo nel nostro caso, alla Polizia. Il che, francamente, è proprio un assurdo. So che negli altri Paesi ci sono delle commissioni che intervengono immediatamente quando sembra che siano coinvolti in reati di qualunque tipo esponenti delle forze dell’ordine. Da noi non esiste niente del genere, ma sarebbe estremamente necessario un sistema che non tolleri più questi abusi.Alla luce di quel che è accaduto, a cosa è servita la condanna inflitta ai 4 poliziotti che hanno ammazzato Federico?La condanna, così come tutto il processo che l’ha preceduta, ha aperto gli occhi a molta gente e ha fatto aumentare notevolmente l’attenzione pubblica rispetto a questi temi. Mi ricordo che i sindacati della polizia ci accusavano di aver messo su un processo mediatico, si comportavano come se fosse stato fatto loro chissà quale affronto. Ma queste cose si devono sapere, lo trovo giusto e necessario più di ogni altra cosa.Perché?Perché esistono moltissimi altri casi come questi, di cui però non abbiamo mai saputo niente. Diverse persone in questi anni mi hanno telefonato raccontandomi delle cose simili a quelle che sono successe a Federico, ma che non sono mai uscite perché c’è sempre stata un’omertà di fondo nel raccontarle.In che senso?Le faccio un esempio di cui sono stata diretta testimone. A Ferrara, quando è cominciato il processo, i vertici delle istituzioni erano tutti amici tra loro. Parlo di chi doveva indagare sulla morte di Federico, o di chi doveva fare le valutazioni mediche. Ebbene, nelle telefonate che si facevano, dicevano cose del tipo "Stai tranquillo, te le levo io le castagne dal fuoco". E’ emerso addirittura che il dirigente della medicina legale ha confidato al procuratore capo di aver preso un caffè con il questore di allora. Se non è mafia questa, che cosa lo è?Ho visto con i miei occhi, insomma, che in queste situazioni non è la politica ad avere voce in capitolo. A comandare sono, piuttosto, gli apparati statali. E nel nostro caso, se non fosse stato per la pressione pubblica, loro avrebbero potuto decidere – anzi, avevano già deciso –  di insabbiare tutto e di stare zitti.

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