Nella moviola della recessione


MODENA, 11 GEN. 2010 – In attesa che si conoscano i dati relativi all’ultimo trimestre 2009, sull’economia modenese una cosa si può dire con certezza: è stata una delle province dell’Emilia-Romagna che più ha risentito della crisi. Lo confermano i dati del rapporto sull’economia della regionale stilato da Unioncamere, e lo sottolineano ancora di più i numeri elaborati dalla Cna Modena relativi alla situazione delle imprese manifatturiere fino a 50 dipendenti. Numeri che si riassumono con un fatturato che, rispetto al 2008, è calato del venti per cento. “Temevamo che il punto più basso della crisi non fosse ancora stato toccato, i dati del terzo trimestre ce l’hanno confermato”. A parlare è Luigi Mai, presidente della Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa di Modena e titolare di un’azienda meccanica specializzata nella lavorazione dell’acciaio e che occupa una cinquantina di addetti. Proprio il settore della meccanica, in cui opera l’impresa di Mai, è quello che registra la china più negativa: si prevede che nel 2009 la produzione sia diminuita del 30% rispetto al 2008.In che modo si ripercuote sulle piccole imprese la crisi dei grossi gruppi industriali?Com’è facile pensare, c’è il problema del calo degli ordinativi. Ma non solo: succede che d’un tratto le aziende si trovano a fare da “banche” ai grandi committenti, i quali cominciano a ritardare i pagamenti, fino ad arrivare, addirittura, a situazioni di insoluto. In più, tocca spesso alle piccole imprese fare magazzino per conto delle grandi. Se aggiungiamo il problema della difficoltà col mondo del credito, è facile capire che per le piccole e medie industrie la sensazione è di stare come tra l’incudine e il martello.Tra i numeri che più preoccupano ci sono quelli relativi all’export. Perché sono così importanti per le imprese di Modena?Il nostro territorio esporta oltre il 40% di ciò che produce. E chiaro che se entrano in crisi i mercati internazionali, chi ne paga le conseguenze sono soprattutto tessuti economici come quello modenese. Non è un caso che nella crisi siano coinvolti proprio i settori che esportano di più, come la ceramica e la meccanica, e che hanno una grossa fetta dei loro mercati di riferimento proprio nei paesi che più hanno risentito della crisi, come Stati Uniti e Germania.Lungo il percorso che porta fuori dalla crisi quali saranno le imprese che non riusciranno a proseguire e saranno costrette a chiudere?Siamo davanti a un processo di selezione doloroso e difficile. Nel settore dell’auto, per fare un esempio, si parla di una sovraproduzione di circa il 30%. Significa che tre stabilimenti su dieci devono chiudere, e questo inevitabilmente si ripercuoterà sull’indotto. Il nostro grosso problema è che chi ora sta faticando di più sono proprio le imprese che più hanno investito in innovazione. Le stesse che avrebbero perciò bisogno di produrre in misura ancora maggiore. Se saranno queste a chiudere, tutto il sistema uscirà impoverito dalla crisi. Uno dei compiti che spetta a tutti gli attori economici del territorio è evitare che ciò accada e preparare un atterraggio per quanto possibile "morbido" a chi non ce la farà.Ci sono particolari iniziative che ultimamente Cna Modena sta promuovendo per tentare di salvaguardare la tenuta delle imprese associate?Sin dal dicembre scorso abbiamo iniziato a contattare i nostri soci per conoscere gli effetti della crisi, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Ciò ci ha permesso di attivarci innanzitutto sul versante del credito, che ancora oggi, a più di un anno dal fatidico scoppio della bolla, rappresenta il problema maggiore. Anche a Modena tra banche e Piccole e medie imprese non corre proprio buon sangue…Le tensioni sono evidenti, perché le banche, sia in virtù del processo di concentrazione di questi ultimi anni, sia per l’adozione di strumenti di valutazione come Basilea2, hanno perso di vista il rapporto personale con le imprese e la loro funzione di volano allo sviluppo. Questa difficoltà di rapporti si è tradotta in una stretta del credito dimostrata anche dai numeri, visto che per la prima volta da decenni si è ridotto lo stock di prestiti alle imprese, in particolare alle più piccole.Un po’ meglio vanno i rapporti con gli enti locali…Sì, ma anche su questo fronte si può migliorare. Chiaramente dinanzi a una crisi così profonda e territorialmente vasta non è facile individuare correttivi a livello locale. Tutte le azioni a sostegno del welfare, ad esempio per ciò che concerne la cassa integrazione, sono positivi. Ciò non toglie che i margini di intervento ci siano, e siano anche rilevanti. Come la riduzione della burocrazia, che per le imprese è un costo “vivo”. Si potrebbe uniformare i regolamenti, applicare il principio della sussidiarietà, ovvero rendere possibile il ricorso ai privati per servizi che possono essere loro ceduti. Oppure, ancora, contrastare il lavoro abusivo, una delle forme più pericolose di concorrenza sleale.Quale 2010 si profila per gli artigiani e le piccole e medie imprese modenesi?Ci aspetta una ripresa lenta. In due anni abbiamo perso circa un quarto della nostra capacità produttiva e questo significa che anche crescendo agli ottimi ritmi del 2007, impiegheremmo circa otto anni per tornare ai livelli del periodo precedente alla crisi. Alla recessione spero si accompagnerà una diversa consapevolezza che potrà avvantaggiare le piccole e medie imprese. Quando le politiche economiche saranno disegnate anche a loro misura saremo pronti a quel cambio di marcia necessario per il rilancio della nostra economia. Credo e spero che questo salto culturale sia ormai prossimo.

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