Morto senza una ragione


FERRARA, 6 SET. 2009 – "Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione". Cominciano così le motivazioni della sentenza del processo per la morte del giovane ferrarese, che si è concluso nello scorso luglio con la condanna a tre anni e sei mesi per i poliziotti Enzo Pontani, Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani. Il giudice Francesco Maria Caruso ha deciso di usare parole molto chiare nelle 567 pagine rese note nel pomeriggio di ieri, ha fatto capire di considerare quello di Federico un vero e proprio omicidio, in cui è stato ucciso a suon di botte un ragazzo che non aveva fatto assolutamente nulla per farsi ammazzare.E’ nel capitolo VIII, interamente dedicato alla "insufficienza di prove per una diversa e più grave imputazione", che Caruso ammette senza giri di parole di pensarla come chi ha considerato la sentenza troppo lieve. I quattro poliziotti avrebbero potuto essere condannati con un’accusa ben più pesante dell’ "omicidio colposo in adempimento del proprio dovere", che rappresenta pur sempre un precedente di cui tener conto nei casi che in futuro coinvolgeranno degli agenti in divisa. Il problema, però, sta all’origine dell’inchiesta, nell’affidamento delle indagini alla polizia stessa. "L’indagine nasce con un vizio di fondo – scrive infatti Caruso – che si concreta nel paradosso dei principali indiziati di un possibile grave delitto che indagano su loro stessi. Un paradosso che il semplice senso comune avrebbe dovuto prevenire". Il giudice evidenzia tutte le inadempienze già denunciate dagli avvocati di parte civile all’inizio del processo, quando l’intera vicenda era a rischio insabbiamento e si susseguivano i depistaggi e le false testimonianze della questura di Ferrara. Una situazione come quella di via dell’Ippodromo, con "un cittadino a terra deceduto a seguito (non a causa) di percosse subite da quattro pubblici ufficiali che dichiarano di essere stati aggrediti", impone infatti – secondo Caruso – "a qualunque organo di polizia giudiziaria di formulare nell’immediatezza l’ipotesi investigativa dell’omicidio colposo o preterintenzionale, oltre all’ipotesi liberatoria della morte per cause indipendenti dell’azione degli agenti". Ma la mattina del 25 settembre 2005 sul posto non fu neanche convocato il pubblico ministero.Quello che, invece, hanno fatto i quattro agenti è usare la forza in modo spropositato. Tanto che nelle motivazioni si osserva come "ciascuno dei 54 punti di rilievo medico-legale potrebbe singolarmente dare corso ad un procedimento penale per lesioni". Federico, conferma il giudice Caruso, è morto per una compressione traumatica del torace, "un meccanismo causale asfittico-traumatico culminato nella produzione di un ematoma al cuore e nel suo arresto per il venir meno dell’impulso elettrico". Questo dimostra, dunque, "l’oggettiva pericolosità degli agenti per la manifesta inadeguatezza nell’autodisciplinarsi nell’esercizio delle delicaticssime funzioni e nell’autocontrollo nell’uso dello straoridnario potere di esercizio autorizzato dalla forza". E se è ormai certo che "la morte del ragazzo fu conseguenza della violenta colluttazione con i quattro agenti, armati di manganelli, decisi a immobilizzarlo e ad arrestarlo ad ogni costo, per fargli scontare le conseguenze di una precedente fase di conflitto", non sono ancora chiare "l’origine, le cause e le concrete modalità di svolgimento di quella prima colluttazione" in via dell’Ippodromo. Neanche dopo il processo infatti, è stata trovata una "effettiva ragione" per la morte di Federico Aldrovandi. Si è anzi rafforzata la terribile ipotesi che non ce ne sia mai stata una. Ma il documento depositato ieri contiene anche un elogio delle parti civili, che con "straordinario impegno" hanno svolto il loro lavoro "nel totale isolamento", almeno nei primi due anni. Senza di loro e senza la determinazione della famiglia Aldrovandi, che nel gennaio 2006 ha aperto un blog per chiedere la verità e seguire passo dopo passo l’inchiesta e il processo, la storia di Federico sarebbe stata dimenticata molto in fretta. Invece in breve tempo è diventata famosa in tutta Italia. "In questo processo – si legge nelle motivazioni – si è consentito al pubblico, aprendo l’aula ai mezzi di comunicazione radiotelevisivi, di avere piena cognizione del modo in cui si amministra giustizia nel Paese, nel bene e nel male, e si è dato modo al pubblico di formarsi un opinione. Ovvio che la complessità delle cose e il loro aspetto tecnico, specialistico, professionale, può indurre semplificazioni, errori, omissioni, fraintendimenti. Ma nessuno potrà lamentare silenzi, oscurità, omissioni". "Leggere le motivazioni della condanna per la morte di nostro figlio ci restituisce la dignità e il rispetto che sono mancati fin da subito in questa vicenda, in cui per fortuna altre istituzioni hanno operato per ripagarci". Questo è il commento di Lino Aldrovandi, papà di Federico, dopo la pubblicazione del documento redatto dal giudice Caruso. "Se le indagini fossero state condotte fin dall’inizio come è avvenuto nella seconda fase – ha detto – non ci sarebbe stato bisogno di questo processo infinito, alla richiesta di giustizia che ci ha costretti ad uno strazio continuo ad una cosa così forte: ma abbiamo avuto sempre fiducia e abbiano lottato per questo con questa consapevolezza". "Come ha scritto il giudice – continua Aldrovandi – è stato un affare pubblico e non un affare privato. La nostra società civile, quella di Ferrara, si è dimostrata all’altezza della nostra richiesta di giustizia, primo tra tutti l’ex sindaco Gaetano Sateriale, che fin da subito chiese spiegazioni su che cosa fosse successo a mio figlio e perchè. Le stesse domande che si sarebbero dovuti porre i dirigenti che allora erano a capo delle altre autorità preposte, Questura e Procura".

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