Monteveglio batte Copenaghen 1 a 0


21 DIC. 2009 – Copenaghen, gli ultimi "colpevoli" fanno le valige. Sono i delegati dei 192 paesi partecipanti al vertice sul clima che ancora non hanno fatto ritorno a casa. A dipingerli come autori di un crimine contro le sorti del nostro pianeta sono state le associazioni ambientali e i gruppi politici delusi da quanto concluso in 12 giorni di incontri: un mini accordo soltanto teorico e che non contiene i target per il taglio delle emissioni di anidride carbonica. A prevalere, ancora una volta, è stata l’incapacità dei Paesi di abbandonare gli egoismi per porre un limite ai cambiamenti climatici. Non è bastata la minaccia di conseguenze irreversibili e la vita di milioni di persone in gioco a far prendere uno slancio più deciso.Molte attese erano riposte in Barack Obama. Ma il presidente americano non è riuscito a presentarsi a Copenaghen con in mano un’approvazione da parte del Senato di una legge sull’energia che prevedesse impegni virtuosi in tema di mutazioni climatiche. Un provvedimento che avrebbe potuto fargli recitare la parte del “condottiero” della guerra contro il riscaldamento globale. In casa sua Obama deve fare i conti con una crescente resistenza fra i suoi industriali, che gli impediscono in primo luogo di dare un taglio netto all’utilizzo del carbone, considerato la principale fonte di Co2 nel mondo. E poi ci sono pure i sindacati, che non vedono di buon occhio una possibile perdita di competitività rispetto ad altre potenze, prima fra tutte la Cina. Buona parte del suo elettorato, poi, ma questo non riguarda solo gli Stati Uniti, è ancora lontano dal capire che il clima dipende dalle azioni dell’uomo. Per la maggior parte delle persone il tempo atmosferico è una condizione che bisogna subire e che non si può cambiare da un momento all’altro. Chi rischia di cadere nello sconforto più totale guardando questa incapacità da parte della politica di prendere in mano con volontà risolutiva le redini di un problema sempre più stringente, può tirarsi su di morale guardando quanto sta succedendo sulle colline emiliane. Quell’incontro, decisivo e vincolante, tra scienza e politica che è mancato a Copenaghen, si è infatti realizzato sull’appennino bolognese. A Monteveglio paese di cinquemila anime, la giunta comunale ha deciso di mettere nero su bianco il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra. “Vogliamo far nascere un grande esperimento di riprogettazione progressiva del territorio con l’obiettivo di adattarsi e cogliere le opportunità di uno scenario in cui le risorse naturali ed energetiche saranno meno disponibili”, si legge nella delibera che approva gli indirizzi per l’attuazione delle locali politiche ambientali. Lo scenario a cui si riferisce la giunta è lo stesso preso in considerazione dal movimento delle Transition Town, (le città in transizione), gruppi di persone che hanno deciso di mettersi avanti mentalmente e nella pratica con la prospettiva di un mondo senza fonti energetiche da carbon fossili. A Monteveglio una comunità di transition townies (così si chiamano gli adepti di questa virtuosa congrega), si è formata un paio di estati fa. Da allora ne ha fatta di strada, tanta da divenire punto di riferimento per l’amministrazione comunale. Nella delibera approvata il movimento delle città di Transizione viene infatti considerato di cruciale importanza per “operare la trasformazione di cui abbiamo bisogno”. Il suo ruolo sarà di coinvolgere e responsabilizzare l’intera comunità. La cosa da sottolineare è anche il comportamento tenuto da questo particolare tipo di gruppo di pressione. “Un giornalista del Corriere, dopo la delibera, ha esordito dicendo ‘allora siete riusciti a spingere l’amministrazione a prendere delle decisioni’”, spiega a viaEmilianet Cristiano Bottone, montevegliese e fondatore in Italia del movimento della transizione. “Il punto è che noi non abbiamo spinto nessuno. La cosa funziona perché l’amministrazione comunale ha capito quali erano i problemi e ha scelto un indirizzo per risolverli”.L’obiettivo di Monteveglio è diventare un Comune “Post Carbon”. E la via per raggiungerlo è il Piano di Decrescita Energetica, il quale prevede che tutti i tetti di proprietà pubblica, dalla scuola al centro sociale, siano coperti con pannelli fotovoltaici. E un occhio particolare viene dedicato al risparmio energetico, che “non si può predicare”, dice il documento della giunta, “quando l’edificio del Comune è un colabrodo dal punto di vista dell’isolamento termico”. Una questione di buon esempio, dunque. Dopo di che si passa all’intento di misurare le emissioni di Co2 e alle politiche per il suo contenimento, in linea con l’obiettivo globale delle 350 parti per milioni. Tra gli indirizzi anche la mappatura dei consumi energetici degli edifici privati e la promozione tra i cittadini di un utilizzo delle energie rinnovabili, così come l’adozione di stili di vita sobri e sostenibili.

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