Modenese grazie ai figli


MODENA, 11 SET 2009 – Integrarsi a Modena? Non tutti gli stranieri ci riescono e non tutti ne hanno pienamente l’intenzione, ma se hanno dei figli è più facile che accada. E’ il risultato della ricerca condotta dall’antropologo Daniele Cantini della Facoltà di Lettere dell’Università di Modena e Reggio Emilia e finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena con la collaborazione dell’assessorato alle Politiche economiche del Comune di Modena e del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari. La ricerca s’intitola "L’integrazione degli stranieri nella Zona Tempio" ed è stata condotta con metodi qualitativi e non quantitativi. Ciò vuol dire che non si è fatto ricorso a sondaggi, ma che si è andati sulle strade a conoscere personalmente degli immigrati, a farsi raccontare la loro storia e la loro partecipazione alla vita cittadina a Modena. Cantini ha inizialmente contattato circa 60 stranieri, dai quali ha selezionato poi alcune persone che, per il loro ruolo all’interno della comunità di appartenenza o per la loro storia di migrazione, potevano essere particolarmente rappresentative.Dopo i ripetuti colloqui con queste persone, Cantini è arrivato a teorizzare due tipologie di immigrati. Alla prima tipologia appartengono tutti quei cittadini stranieri che vivono a Modena solo per qualche anno, che la considerano più che altro il luogo di lavoro e si sentono, in qualche maniera, "di passaggio". Le persone che appartengono a questo gruppo, che costituisce la maggioranza degli stranieri della zona, sono ancora molto attaccate alla loro terra d’origine, hanno contatti solo con conterranei e componenti della stessa comunità e non conoscono gli spazi pubblici e i servizi modenesi.Accanto a queste persone, però, ci sono altri che Modena non vogliono più lasciarla. Magari sono arrivati anche loro con l’intenzione di andarsene dopo pochi anni, eppure si ritrovano ad aver comprato casa, ad essere proprietari di una piccola attività, ad avere i figli che vanno a scuola e che parlano l’italiano molto meglio della lingua d’origine. Queste persone conoscono bene i luoghi di Modena, hanno numerosi rapporti personali al di fuori della loro comunità, anche con i modenesi, e hanno interesse per i servizi che l’amministrazione offre loro.La ricerca avanza anche qualche ipotesi per stabilire quali sono le ragioni per cui alcuni stranieri si integrano pienamente e altri si chiudono nella loro comunità. Secondo Cantini, è più integrato, in genere, chi anche nel paese d’origine viveva in un contesto urbano, e magari è arrivato in Italia avendo già un titolo di studio o un buon livello di istruzione. Più importante ancora, però, è il ruolo giocato dai figli, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione femminile. Proprio nel momento in cui si prendono cura dei propri bambini, infatti, le donne cominciano a uscire di casa e interagire con altre madri, con la scuola e con i servizi comunali.Sarebbero dunque proprio le seconde generazioni la chiave dell’integrazione degli adulti. Difatti, i bambini nati e vissuti a Modena hanno necessariamente un legame molto più forte con questi luoghi che con qualsiasi altro. Su questo dovrebbe puntare, secondo Cantini, l’amministrazione comunale, oltre che sulla formazione, per permettere ai cittadini di conoscere i servizi messi a loro disposizione, e agli esercenti di sapere quali sono i loro doveri civili, ad esempio in materia di igiene, commercio e quiete pubblica.

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