Moby Prince, la verità nella nebbia


10 APR. 2009 – 10 aprile 1991, 18 anni fa, è la data del disastro del Moby Prince. Uno dei più misteriosi tra i misteri italiani. 139 tra passeggeri e personale di bordo del traghetto per la Sardegna (si salva solo un mozzo napoletano) muoiono carbonizzati nella rada di Livorno. La più grave tragedia della Marina mercantile italiana dal secondo dopoguerra. Una sciagura che per la giustizia italiana resta senza colpevoli. Nel processo, conclusosi nel novembre del 1997, tutti gli imputati (pur se di secondo piano) vengono assolti perché “il fatto non sussiste”. A causa di una tragica fatalità, dunque, il traghetto Moby Prince della Moby Line, appena salpato dal porto di Livorno, si va a scontrare contro la petroliera dell’Agip Abruzzo e finisce avvolta da una potente doccia di petrolio altamente combustibile scaturito dal ventre di quella nave. Su cosa sia effettivamente successo intorno alle 22 e 30 di quel tragico mercoledì ancora non è stata fatta chiarezza. Nei processi un ruolo rilevante nel disastro è stato dato alla nebbia. Ma l’unica nebbia certa è proprio quella comparsa nella storia giudiziaria del caso Moby Prince.Nel 2006 un avvocato, Carlo Palermo che è difensore dei figli del comandante del traghetto, Ugo Chessa, chiede la riapertura del caso. Secondo lui processo non ha indagato su un elemento che potrebbe essere decisivo nell’interpretazione dell’incidente: la concomitanza, nella rada di Livorno, di azioni riconducibile a un grosso traffico clandestino di armi ed esplosivi. Il tutto sotto gli occhi attenti (e forse persino interessati) delle navi americane ancorate a Livorno e impegnate nella prima Guerra del Golfo. L’inchiesta è ancora aperta e dovrebbe vedere la chiusura entro la prossima estate. “Come cittadino, oltre che come familiare di una delle vittime, mi chiedo perché non si siano processati i veri responsabili di questa tragedia, i cui nomi sono scritti nelle sentenze dei tribunali”. Non si dà pace  Loris Rispoli, presidente di “Associazione 140”, il primo dei comitati dei familiari delle vittime del Moby Prince. Cosa vi aspettate alla fine di quest’ultimo capitolo del caso Moby Prince?Come comitato avremmo preferito una riapertura ad ampio raggio del processo. Che indagasse sulle responsabilità emerse anche in fase post processuale e che nessuno ha mai punito. Non capiamo come mai la magistratura italiana prima scrive in una sentenza chi è il responsabile e poi si ferma senza procedere.L’inchiesta partita dalla denuncia dell’avvocato Palermo è in realtà molto circoscritta. Parte da una precisa denuncia: un presunto traffico di armi in presenza di navi americane di ritorno dalla guerra del Golfo. Una tesi difficilmente dimostrabile.L’appello che avete fatto al presidente Obama affinché vengano finalmente tirati fuori i tracciati radar e le fotografie di quella sera può portare alla verità?E’ impensabile che i satelliti Usa o la base militare di Camp Darby, che è considerata l’orecchio del mediterraneo, non controllassero l’area di Livorno quella sera. C’erano cinque navi americane di ritorno dalla guerra del Golfo ed eravamo in piena applicazione delle norme antiterrorismo. I documenti militari non possono di certo mancare. Siccome sino ad oggi questo materiale è stato negato, in virtù della presenza di un nuovo presidente che ha dimostrato di essere molto più aperto, abbiamo chiesto alle istituzioni italiane, a Giorgio Napolitano, al presidente del Consiglio e ai ministri interessati, di fare pressione sugli Stati Uniti.A cosa possono servire quei documenti?Saranno utili per capire com’è andata la parte iniziale della tragedia e per avere un quadro preciso su come erano posizionate le navi e in che modo è avvenuta la collisione. La fase successiva, che è quella che ci interessa di più, dovrà essere chiarita in un altro modo.Si spieghi meglio…Il Moby Prince aveva tutta una serie di carenze. L’impianto di sprinkler (il sistema antincendio, ndr) era disattivato. Gocciolava e perciò era tenuto spento, in attesa di futuri lavori. La radio, inoltre, era malfunzionante. Perché quella nave viaggiava, allora? La sentenza della corte d’Appello di Firenze, che ha appellato la sentenza di Livorno, ha condannato il terzo ufficiale dell’Agip Abruzzo (Valentino Rolla, ndr), ritenuto responsabile di non aver effettuato le segnalazioni in presenza di nebbia. Ma la sentenza elenca anche altre, ben più gravi, responsabilità: quella del comandante della capitaneria, quelle del comandante della petroliera, e quella dell’armatore. I loro nomi noi li facciamo non perché siamo arrabbiati in qualità di familiari delle vittime, ma perché stanno scritti nella sentenza della della Corte d’Appello di Firenze.di Andrea Bassi Leggi anche:La cronologia del caso Moby Prince

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