MBFG: pane al pane, vino al vino


REGGIO EMILIA, 30 LUG. 2010 – Come è logico e giusto che sia, oggi si leggono tanti commenti attorno al crollo di Mariella Burani Fashion Group e all’arresto di Walter e Giovanni Burani. I cortocircuiti in cui a volte incappa il giornalismo generano anche, in questa occasione, curiose o paradossali conseguenze. Il primo caso è quello di chi, avendo sempre negato l’esistenza di un “problema” in casa Burani, oggi si aggrappa al garantismo del “tutti innocenti fino a quando non condannati” che spera possa assolverlo dalla sua evidente cecità. I Burani saranno, fino a prova contraria, da presumere innocenti, ma sono anche, fino a prova contraria, uno in carcere a San Vittore e l’altro agli arresti domiciliari. Il secondo caso, certamente più interessante, riguarda invece i giornalisti d’inchiesta che dicono: “Dov’era il giornalismo d’inchiesta un anno o due fa? Perché non si è accorto di cosa stava succedendo?”Già: dove eravate?Riporto, per doveroso riconoscimento alla paternità, tre articoli scritti dal direttore di TG Reggio Gabriele Franzini il 21 luglio 2008, il 30 gennaio 2009, il 24 giugno 2009. Nel primo si spiegava come e perché l’offerta pubblica di acquisto annunciata dalla famiglia Burani sul proprio titolo avrebbe potuto rappresentare non un esborso ma un incasso per la famiglia stessa. Nel secondo si tiravano le fila, sei mesi dopo, di quell’acquisto di azioni, illustrando come la crisi finanziaria internazionale avesse trasformato l’operazione in un clamoroso boomerang per i Burani, a partire dal tracollo a Londra della capogruppo Burani Designer Holding. Il terzo elencava impietosamente le cifre del tracollo economico del gruppo e dell’indebitamento da capogiro che “castigavano” i Burani. Dieci giorni dopo quell’ultimo articolo si apprese dell’indagine aperta dalla procura di Milano per aggiotaggio e falso in bilancio e il titolo Mariella Burani venne sospeso in borsa. 24 ore dopo tutto “il giornalismo d’inchiesta” italiano iniziava ad occuparsi della maison cavriaghese. Poiché io non ricordo articoli scritti da altri prima di quelli di Franzini, ma poiché potrei sbagliarmi, domando: qualche giornalista ha fatto meglio? Ha odorato il bruciato con mesi di anticipo e ne ha scritto? Se sì, complimenti alla sua professionalità  e al suo fiuto. Ci dica la data e dove è possibile leggere l’articolo. lunedì 21 luglio 2008La mossa dei BuraniNei prossimi giorni si conosceranno le caratteristiche dell’Offerta pubblica d’acquisto che la famiglia Burani ha intenzione di promuovere sul gruppo Mariella Burani. Per ora, si sa che il prezzo sarà compreso fra 17 e 18 euro per azione e che l’offerta sarà lanciata tra la fine di luglio e l’inizio di agosto attraverso una società che è già stata costituita e che vede la famiglia di imprenditori di Cavriago affiancata da altri soci. Le ipotesi sul tavolo sono due: un’offerta totale, dunque sul 100 per cento del capitale, oppure un’offerta parziale sul 25 per cento circa delle azioni. Nel primo caso, il titolo sarebbe ritirato dal listino, mentre nel secondo potrebbe anche restare in Borsa. L’eventuale lancio di un’offerta totale avrebbe alcune implicazioni che meritano di essere approfondite. Con un prezzo di 18 euro, il valore dell’offerta sarebbe di circa 540 milioni di euro. E’ questa la somma che serve per acquistare il 100 per cento delle azioni del gruppo. Soldi che sarebbero sborsati dai Burani e dai loro soci in proporzione alle quote detenute nella nuova società, quote che ad oggi non si conoscono. La famiglia Burani, però, attraverso la finanziaria olandese Burani Designer Holding Nv, detiene il 60 per cento delle azioni del gruppo. Dunque, di quei 540 milioni di euro, circa 325 finirebbero proprio ai Burani, mentre gli altri 215 andrebbero agli azionisti di minoranza della società. In altre parole, la famiglia Burani con una mano contribuirebbe alle spese dell’offerta, ma con l’altra beneficerebbe dell’incasso della vendita. Anzi, se i Burani avranno meno del 60 per cento delle quote della società che lancerà l’offerta, incasseranno più di quanto spenderanno. Ad esempio, se la quota nella nuova società si fermasse al 51 per cento, la famiglia Burani dovrebbe investire 275 milioni di euro: 50 in meno di quanti ne ricaverà grazie alla vendita delle azioni.venerdì 30 gennaio 2009Burani, offerta boomerangLa decisione della famiglia Burani, l’estate scorsa, di riacquistare sul mercato il 15 per cento delle azioni di Mariella Burani si sta rivelando un boomerang, almeno sul breve periodo. Nell’ottobre 2008, attraverso la finanziaria Mariella Burani Family Holding, la famiglia che controlla la maison di Cavriago ha lanciato un’offerta pubblica per portare la propria quota nel capitale sociale dell’azienda dal 60 al 75 per cento. I Burani hanno acquistato quasi 4,5 milioni di titoli al prezzo di 17,5 euro per azione. Ma la tempistica dell’operazione ha finito per intrecciarsi con la bufera che ha investito i mercati finanziari. Basti dire che la pubblicazione del documento di offerta è stata approvata dalla Consob il 12 settembre. Tre giorni dopo, la banca d’affari statunitense Lehman Brothers finiva in bancarotta, innescando una crisi finanziaria senza precedenti. Il titolo Mariella Burani è precipitato a 9 euro. In conclusione: il 27 ottobre scorso la famiglia Burani ha sborsato quasi 80 milioni di euro per acquistare un pacchetto di azioni che oggi ne vale 40. Il terremoto che ha scosso le piazze finanziarie di tutto il mondo sta travolgendo anche la società capogruppo, Burani Designer Holding, la cassaforte olandese della famiglia, quotata alla Borsa di Londra. Collocata nel giugno di due anni fa a 7,8 euro per azione, raccogliendo 130 milioni di euro, oggi la società naviga su quotazioni di poco superiori a un euro. Un crollo dell’83 per cento che, tuttavia, non trova giustificazioni a livello industriale. Nei primi nove mesi del 2008 il giro d’affari è cresciuto a 562 milioni di euro, mentre il risultato operativo è più che raddoppiato, superando i 90 milioni. mercoledì 24 giugno 2009I mercati finanziari ‘castigano’ i BuraniLa crisi divampata l’estate scorsa sta mettendo in difficoltà uno dei maggiori imperi industriali della provincia: quello che fa capo alla famiglia Burani. L’aspetto più appariscente è il tracollo di Borsa delle società controllate dai Burani. Il titolo Mariella Burani è poco sopra i 3 euro: due anni fa era a 26. Le azioni valgono addirittura meno della metà del prezzo di collocamento di 9 anni fa. Non sta andando meglio a un’altra azienda controllata dalla famiglia, Antichi Pellettieri: da 11 euro a 1 euro in un paio d’anni. Per non parlare poi della cassaforte olandese Burani Designer Holding, quotata alla Borsa di Londra nel giugno 2007. I titoli erano stati collocati sul mercato a 7,8 euro per azione. Una settimana fa sono stati ritirati dal listino: le ultime azioni sono state scambiate al prezzo di 7 centesimi. Ma questa è solo una parte del problema e forse neppure la più importante. L’altra sta nei conti del gruppo, che conta circa 2 mila dipendenti. Fra stanziamenti straordinari e svalutazioni di investimenti finanziari, crediti e magazzino, Mariella Burani ha chiuso il bilancio 2008 in rosso per quasi 78 milioni di euro. Questo disavanzo, che non ha precedenti nella storia del gruppo, ha fatto venir meno il rispetto di una serie di parametri a cui sono legati quasi 120 milioni di euro di finanziamenti bancari concessi da 6 istituti di credito: Bnl (41,1 milioni di euro), Efibanca (33,3), Banca West LB (20), BNP Paribas (15), Banca Intesa (7,1) e Carisbo (2,8). Negli ultimi 12 mesi, l’indebitamento finanziario della maison di Cavriago è aumentato di oltre 100 milio
ni di euro, sfondando il tetto dei 400 milioni. Il gruppo ha 378 milioni di euro di debiti finanziari a breve termine, di cui 347 verso il sistema bancario: troppi. La famiglia Burani ha chiesto l’aiuto di Mediobanca per allungare le scadenze dei rientri. Gli istituti di credito hanno detto di sì, ma hanno chiesto e ottenuto in cambio un piano di cessioni da 60 milioni, soprattutto nel segmento gioielleria, già cominciato con la cessione del 50 per cento della Rosato Gioielli di Arezzo.

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