Marzabotto sbarca al cinema, ma è vittima del revisionismo


21 OTT. 2009 – Marzabotto e la sua storia hanno conquistato Roma. La strage nazista che nel 1944 ha avuto come teatro il paese dell’appennino bolognese è infatti al centro del film "L’uomo che verrà", presentato alla quarta edizione del Festival internazionale del film della capitale. La pellicola, diretta da Giorgio Diritti e girata quasi totalmente in dialetto emiliano, ha ricevuto molti applausi, soprattutto da parte dei cronisti. Ma nel contempo è incappata in uno dei rischi che si corrono raccontando un evento che, come questo, rappresenta una ferita ancora aperta: il revisionismo. Il regista ha scelto infatti di non esporsi, mantenendo una posizione equidistante rispetto alle due fazioni che in quel periodo la guerra aveva messo una contro l’altra. Nel descrivere i nove mesi che precedettero l’orribile strage di Marzabotto, dove 770 persone persero la vita per mano delle truppe naziste e vennero fucilati soprattutto bambini e donne, viene mostrata anche la crudeltà dei partigiani. Alcune scene fanno vedere i combattenti della Resistenza mentre uccidono il più buono tra i nazisti e assistono impotenti al massacro dei paesani. Ma questa attenzione, tesa a distribuire le colpe di una tragedia che è invece figlia unicamente della brutalità tedesca, è valsa al film non poche accuse.Diritti però respinge al mittente queste critiche: "La realtà è che la guerra porta le persone a modificarsi, a fare cose che uno nemmeno immaginerebbe. C’è chi ha cercato di addossare la responsabilità del massacro di Marzabotto anche all’inefficienza dei partigiani. Ma di fronte a uno sterminio così, che nessuno poteva aspettarsi, queste accuse passano in secondo piano. A me il revisionismo dà fastidio, sempre. Spero invece che noi riusciamo, nel nostro presente, ad andare verso la pace. Purtroppo invece il razzismo è ancora presente in noi: è facile biasimare i nazisti, ma a volte parliamo dei civili che muoiono in Afghanistan come di semplici scarti di lavorazione. Mentre invece sono esseri umani come noi"."Non è mai messo in dubbio il comportamento delle Ss: questo è chiaro sullo schermo lo è storicamente", continua il regista, diventato famoso con la pellicola "Il vento fa il suo giro". Diritti assicura infatti che dietro il film c’è un grande lavoro di ricerca."Ho letto libri, ho incontrato le persone coinvolte, ho compiuto il loro percorso di sofferenza". Quanto al modo di rappresentare i nazisti, "dalle testimonianze, scritte e non, si vede come consideravano davvero le persone del posto dei sottoumani: uccidere una mucca, o una donna, per loro era lo stesso". Resta solo da scoprire quali saranno le reazioni delle famiglie delle vittime, che ancora non hanno visto il film: "Molti di loro non lo vedranno – conclude però – è troppo difficile. Io non l’ho girato per loro, ma per i nostri figli e nipoti".

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