Mafie, Emilia-Romagna territorio ostile ma appetitoso


BOLOGNA, 12 GIU. 2012 – La conoscenza come prima arma per sconfiggere le mafie. E’ questo l’approccio emiliano romagnolo alla lotta contro le infiltrazioni malavitose. Lo sa bene Enzo Ciconte, studioso ed esperto delle dinamiche delle associazioni mafiose. "Negli ultimi dieci anni nessun’altra Regione si è impegnata per studiare il fenomeno mafioso e per agire di conseguenza come l’Emilia-Romagna", spiega nell’ultimo studio sulle caratteristiche dell’insediamento mafioso nella nostra regione. Un lavoro che gli è stato assegnato nell’ambito delle attività dell’osservatorio regionale previsto dalla legge n.3 del 2011. E che verrà presentato domani a Bologna in un incontro pubblico che, tra gli altri, vedrà la partecipazione del Procuratore della Repubblica di Bologna Roberto Alfonso, della vicepresidente e assessore alle Politiche per la Sicurezza della Regione Simonetta Saliera, di Andrea Campinoti di Avviso Pubblico e dello stesso Ciconte (ore 15, Sala Auditorium, viale Aldo Moro 18).L’Emilia-Romagna si conferma terra nemica della mafia, anche se l’allarme è alto perché i segnali di un continuo tentativo di espansione lungo la via Emilia sono forti. E’ il quadro che emerge dallo studio. Il volume, oltre 200 pagine, analizza il rapporto tra Emilia-Romagna e criminalità organizzata dall’immediato dopoguerra ad oggi. La ricostruzione si ferma a inizio 2012 e offre un quadro aggiornato della situazione. Si conferma che i primi tentativi di infiltrazione mafiosa in Emilia-Romagna risalgono agli anni ’50 e ’60 come conseguenza dei soggiorni obbligati, mentre le prime indagini rilevanti e i primi segnali di presenza mafiosa risalgono all’inizio degli anni ’90. Nel corso di questi anni il fenomeno è però molto mutato: se negli anni del boom economico i boss erano in gran parte siciliani, oggi, specie nel Modenese, a farla da padroni sono i Casalesi che, come confermano molte inchieste giudiziarie e operazioni di pubblica sicurezza citate da Ciconte, stanno facendo di tutto per conquistarsi spazi nel settore del movimento terra e delle bische clandestine.La ricerca conferma che l’Emilia-Romagna rimane terra ambita, prima perché terra ricca dove era possibile fare affari e ora, negli anni della crisi, perché proprio la cattiva congiuntura economica e le difficoltà per le imprese di accesso al credito offrono alle organizzazioni criminali nuovi terreni d’azione. Allo stesso tempo, però, anche la criminalità del terzo millennio si trova, come un tempo, di fronte un muro istituzionale fatto di politica, enti locali, società civile, libera stampa che sanno dire di no e lottano per impedire che le cosche piantino radici.Lungo la via Emilia la corazza istituzionale è solida. A confermarlo, anche la lunga scia di attentati e intimidazioni che hanno avuto ad oggetto spesso anche i politici locali. La ricerca rileva infatti una certa frequenza di atti intimidatori verso politici della regione, sindaci in particolare, ma anche esponenti di partito senza cariche amministrative. "Anche questo – sottolinea la relazione – è il segno di un cambiamento, per quanto ancora embrionale, nelle strategie della mafia in Emilia-Romagna, ma è anche la dimostrazione della capacità di resistenza della politica locale".

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