Lo sciopero di tutti


BOLOGNA, 2 MAR. 2011 – Si era già capito al debutto, ma ieri è arrivata la conferma: il primo marzo è di tutti. Quando l’anno scorso ai migranti era venuto in mente di incrociare le braccia per rivendicare i loro diritti troppo spesso ostacolati e calpestati, molti avevano parlato di sciopero etnico. Ci ha pensato la piazza a smentirli, rendendo evidente il fatto che gli stranieri non erano soli nella loro lotta. E non lo sono stati nemmeno nella seconda edizione della protesta. Nè durante il presidio che dalle 15,30 ha radunato in piazza Nettuno a Bologna oltre un migiliaio di persone, nè lungo il corteo che due ore dopo ha attraversato le vie della città. C’era il Coordinamento Migranti Bologna, vero motore della manifestazione, a guidare il serpentone. "Non stiamo chiedendo l’elemosina, ma chiediamo diritti, anzi li rivendichiamo", ha urlato al microfono Sene Bazir davanti a palazzo Re Enzo, aggiungendo che "la presenza degli italiani in questa piazza non è solidarietà, ma una presa di posizione". I lavoratori stranieri non vogliono infatti più essere considerati cittadini di serie B, dicono basta al ricatto della Bossi-Fini che lega il loro permesso di soggiorno ad un contratto di lavoro. E avvertono i loro colleghi italiani: "Siamo sulla stessa barca, se i padroni hanno la meglio su noi migranti, le prossime vittime sarete voi".Subito dietro nel corteo c’erano le donne migranti. Avanzavano con delle sagome di cartone che tenevano per mano. Solo così potevano scioperare anche "le donne che mancano", tutte coloro non sono potute scendere in piazza "perchè tanto la risposta è tornartene al tuo paese" o "perchè rischierei di perdere il posto". Le donne che si sono succedute al microfono in rappresentanza delle associazioni "Intrecci" e "Trama di terre" hanno voluto ricordare anche le badanti che non hanno potuto lasciare soli gli anziani che accudiscono e che senza di loro sarebbero persi. E’ proprio dalle madri di famiglia, che si svegliano alle 5 per far conciliare ogni giorno il loro lavoro con la cura dei figli, che le donne migranti vogliono essere rappresentate. "Non da Ruby o dalle altre ragazze senza principi a cui ultimamente siamo state associate".Quest’anno, ancor più che nel 2010, a fianco dei lavoratori migranti c’erano gli studenti, i loro figli. Il primo marzo è stata un’occasione per far conoscere tutte le difficoltà che anche loro devono affrontare per poter esercitare un diritto essenziale ma non affatto scontato: quello allo studio. I giovani sono stati protagonisti della giornata fin dal mattino, quando hanno organizzato un corteo fino in Provincia per chiedere chiarimenti sulla sorte del Fioravanti di via Don Minzoni, una scuola frequentata all’80% da stranieri che verrà accorpata e trasferita in periferia. Zak, il rappresentante dell’istituto, nel pomeriggio ha raccontato che questa lotta dimostra come anche le seconde generazioni siano quotidianamente impegnate a combattere l’emarginazione e le ingiustizie della legge italiana.Per dimostrare tutta la loro contrarietà verso le politiche del nostro paese in materia di immigrazone, c’erano anche gli attivisti dei centri sociali. Un ragazzo ha ricordato ai manifestanti il blitz compiuto proprio ieri mattina da alcuni collettivi nel Cie di Bologna. "Un centinaio di noi hanno invaso il Cie e tirato giù una porta – ha spiegato – perché non tolleriamo più la presenza di un lager etnico nel nostro Paese", ricordando che all’interno del centro che ospita i clandestini è poi arrivata una delegazione formata da consiglieri regionali e avvocati.Ma soprattutto ieri a scioperare c’erano i lavoratori italiani. Circa il 40% dei dipendenti di alcune aziende metalmeccaniche di Bologna, assieme al 90% dei loro colleghi stranieri, hanno aderito alla protesta. In piazza c’erano le Rsu di Ducati, Bonfiglioli, Md, Cesab del gruppo Toyota, Mape Spa e Titan. E proprio un dipendente di quest’ultima azienda ha proposto di non chiamare più lo sciopero del primo marzo "Una Giornata senza di noi". "Non dobbiamo dimostrare l’assenza degli immigrati nelle fabbriche – ha detto – ma l’unità dei lavoratori italiani con quelli stranieri. Il prossimo anno sul volantino scriviamo: ‘Primo marzo, sciopero di tutti i lavoratori’".

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