Liberté, égalité, fraternité


5 AGO 2009 – La presidente della Camera (poi presentatrice televisiva Mediaset) Irene Pivetti, si presentò al suo debutto in Parlamento con la Croce della Vandea al collo e nell’aprile 1994 (eletta a 31 anni presidente della Camera) anziché rivolgersi ai colleghi con il consueto titolo di “onorevoli” li declassò a semplici “deputati”. Il solito folklore leghista, tante urla e pochissimi fatti: nessuna rivoluzione entrò in parlamento con la Pivetti.Ma lo spettro della Rivoluzione francese ogni tanto passa sulle nostre teste e in genere non grazie a chi dovrebbe ricordare quella svolta storica come parte del proprio patrimonio, ma grazie a chi considera propria eredità appunto la Vandea, patria delle lotte ultra-cattoliche e anti-rivoluzionarie contro la Repubblica Francese. Robe di altri tempi, si dirà. Oggi però a tirarla di nuovo in ballo è papa Ratzinger, che nell’udienza del mercoledì ha voluto spiegare che per la Chiesa cattolica siamo come ai tempi della Rivoluzione francese: allora c’era la dittatura del razionalismo, oggi quella del relativismo. Insomma, robe brutte, da illuministi.E dire che solo pochi mesi fa lo storico francese Michel Vovelle, ultimo irriducibile difensore della rivoluzione illuminista, l’aveva dichiarata morta. Il sindaco Delanoe, illuminato e perfino gay, si era rifiutato ancora una volta (dopo 220 anni) di dedicare una via di Parigi a Robespierre. Niente rue Robespierre, addio rivoluzione francese, aveva commentato Vovelle: “Il motto Liberté, Égalité, Fraternité, sbiadisce sui muri degli edifici pubblici”. Sbiadisce su quelli francesi… figuriamoci quelli italiani dove c’è stato sempre e solo il crocifisso.La “rivoluzione” in giro per il mondo fa ancora paura. Quella verde degli studenti iraniani toglie il sonno al presidente Ahmadinejad. In Occidente a far spavento è la morte piuttosto delle socialdemocrazie. In Italia la socialdemocrazia non ha mai fatto in tempo ad arrivare (né con Craxi né con Prodi) e oggi è già il tempo della Restaurazione: basta diritti civili, basta aborto, basta diritti dei lavoratori, torna il comune senso del pudore insieme alla voglia di imporre divieti, vincoli e multe alle tante “libertés” che i comuni cittadini (e cittadine) si sono presi in questi trenta e passa anni. Nell’Italia dei divieti l’imperativo è mantenere l’ordine, non creare turbamenti, assimilare diversità, imporre il pensiero unico.“La libertà consiste nella possibilità di fare qualunque cosa non sia di danno ad altri: quindi, l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo e di ogni donna non ha altri limiti se non la garanzia che gli altri membri della società godano degli stessi diritti”. E’ la dichiarazione dei diritti del 1789 a parlare. Anche nell’Emilia, non più rossa ma almeno ancora tricolore come la prima bandiera nata proprio in queste terre, questo concetto di libertà sbiadisce. Allora si tranquilli papa Ratzinger e lasci il lacismo (o, per meglio dire, la laicità) languire lentamente e spegnersi come sta facendo. O forse sotto sotto ha ragione il papa a temere che qualcuno si stia stancando di tutto questo riciclaggio ideologico e tornerà a ragionare con la testa ben piantata su quel collo che nessun Robespierre sta cercando di mozzare. Staremo a vedere.

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