L’edilizia ha bisogno di investimenti


Nel giro di sette anni l’edilizia modenese ha lasciato sul campo il 35,5% del proprio fatturato. La crisi non è finita, come dimostra la flessione del 10,9% che il settore delle costruzioni ha segnato a giugno 2014 rispetto a dodici mesi prima, dati certificati dalla minuziosa analisi dell’indagine TrendER di CNA regionale. “Un simile calo di fatturato ha una conseguenza diretta in termini di chiusure di aziende e perdita di occupazione. E anche se poi molti lavoratori tentano la carta dell’attività in proprio, il risultato netto di questo processo è il depauperamento della professione”. E’ un vero e proprio grido di allarme quello lanciato da Paolo Vincenzi, presidente di CNA Costruzioni Modena, per la crisi pluriennale che condiziona un settore che ha importanti ricadute su tutta l’economia. “Edilizia ferma significa anche un rallentamento degli investimenti nel settore e quindi conseguenze negative anche per l’industria estrattiva o la meccanica, tanto per fare un paio di esempi”. Come uscire da questa impasse? “Servono investimenti – continua Vincenzi – a cominciare dal settore pubblico. Pensiamo alla tutela del territorio, e noi sappiamo quali siano le implicazioni dell’assenza di manutenzione dei fiumi e delle montagne, ad esempio. Non meno importante è l’edilizia scolastica, e la riqualificazione delle città. Azioni per lee quali esistono anche risorse, la cui utilizzazione, però, è spesso ostacolata dalla burocrazia e da vincoli ispirati dalle norme per la finanza pubblica, come il patto di stabilità”. E’ paradossale, secondo il presidente degli edili di CNA, chiedere ai cittadini e alle imprese di investire, quando al contrario le istituzioni sono le prime a tagliare. Si tratta di una linea di rigore a senso unico che non fa certo bene all’economia nel suo complesso e al settore costruzioni in particolare. “Come se ciò non bastasse, le recenti norme introdotte dalla Finanziaria vanno a rendere sempre più difficile la vita delle imprese che, malgrado la crisi, in questi anni hanno resistito”. E’ il caso dello “split payment” e del “reverse charge”, due norme che prevedono che l’azienda non riscuota l’iva dal cliente (il pubblico nel caso dello “split”, il privato per ciò che riguarda il “reverse”) ma che debba attendere il rimborso da parte dell’erario, se a credito. “Ciò significa meno liquidità da parte delle imprese, e un livello di burocrazia ancora maggiore, per tutti gli adempimenti necessari al rimborso”. Una complicazione che si aggiunge al raddoppio, dal 4 all’8%, della ritenuta applicata sui bonifici bancari collegati alle operazioni di ristrutturazione ed efficientamento energetico delle abitazioni e degli immobili delle imprese, l’unica modalità di pagamento ammissibile per avere diritto alle relative detrazioni fiscali. “La banca dati degli studi di settore dimostra che su 100 euro di ricavi il reddito per l’impresa è intorno ai 10 euro. Portare all’8% la ritenuta significa, per le imprese, anticipare l’80% di quest’ultima allo Stato. Reddito che dovrebbe servire, tra l’altro, a pagare i dipendenti ed i fornitori. L’effetto di questo provvedimento, dunque, potrebbe essere quello di costringere le imprese a presentarsi in banca per reperire la liquidità necessaria ad onorare i propri impegni, con le difficoltà ed i costi ben noti a tutti”. “Si tratta – conclude Vincenzi – di norme davvero inique, che vanno in direzione opposta al sostegno del settore, che, al contrario, avrebbe bisogno di misure fiscali agevolative, ad esempio a favore delle giovani coppie, e di un allentamento del patto di stabilità che favorisca la ripresa degli investimenti”.

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