Le piccole imprese screditate


BOLOGNA, 13 LUG. 2009 – Si chiama credit crunch, ma – visto che ormai è arrivato anche in Italia – si può usare più semplicemente il termine "stretta del credito". Wikipedia lo definisce "un calo significativo dell’offerta di credito al termine di un prolungato periodo espansivo, in grado di accentuare la fase recessiva". Qui da noi a farne le spese sono le piccole imprese, a cui le banche hanno improvvisamente deciso di non poter più concedere prestiti. Una politica più selettiva, resa necessaria dalla crisi, che però mette in dubbio la sopravvivenza stessa di moltissime realtà imprenditoriali italiane e che, nel migliore dei casi, apre la strada ad una valanga di licenziamenti.E’ la Banca d’Italia che ha reso pubblici i dati relativi allo scorso mese di maggio, quando i prestiti erogati dalle banche sono calati dello 0,9% in un anno. Un’inversione di tendenza piuttosto netta, dato che nell’ultimo decennio si era registrato un aumento medio del 9,6%. Il segno che, assieme all’economia, è entrato in crisi anche il rapporto tra gli istituti di credito e un pezzo del sistema produttivo nazionale. Le grandi banche, dopo aver concesso troppi prestiti subprime senza le necessarie garanzie, sono ora costrette a rivedere le regole di erogazione e a stringere i rubinetti. Complice anche la rottura dell’antico e solido radicamento territoriale degli istituti, le prime vittime di questo cambiamento di strategia sono i piccoli imprenditori. Le grandi imprese possono sempre raccogliere risorse direttamente dal mercato, emettendo obbiligazioni, ma le altre non hanno alternative. C’è chi accusa le piccole imprese di "bancocentrismo", di aver ceduto cioè una sorta di esclusività agli istituti di credito decidendo di non aprirsi a nuovi capitali e a nuovi soci (magari stranieri), di non investire abbastanza risorse nella ricerca e nell’innovazione ed ampliare così le proprie dimensioni. Fatto sta che allo stato delle cose non ci sono altre modalità di finaziamento possibili. E, come dice addirittura la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, "senza soldi molte aziende moriranno, a settembre non riapriranno i cancelli".Anche il presidente della Consob Lamberto Cardia, nel discorso tenuto stamattina nella sede della Borsa Italiana in occasione dell’assemblea annuale, ha riconosciuto che le Pmi sono "a rischio di asfissia finanziaria". Cardia ha riconosciuto che l’allarme sulle condizioni delle piccole imprese è strettamente legato alle restrizioni del credito: "Le prospettive restano oggi caratterizzate da profonda incertezza – ha detto – i soggetti più deboli, sia nel mondo delle imprese che tra gli investitori, sono esposti a rischi maggiori". Mentre – secondo il presidente – le imprese di grandi dimensioni riescono a reperire mezzi finanziari senza gravi difficoltà, "gran parte delle imprese medio-piccole trova difficoltà e potrebbe correre rischi di asfissia finanziaria. Si sta interrompendo un processo di ristrutturazione industriale del settore che negli anni scorsi aveva cominciato a produrre risultati incoraggianti in termini di produttività e competitività internazionale".Una conferma arriva anche dall’Emilia-Romagna, dove Massimo Ferrante, responsabile industria della Cna di Bologna, sottolinea come siano cambiati i rapporti con le banche da quando è arrivata la crisi. "I costi sono aumentati, i servizi a disposizione delle imprese sono diventati più costosi – accusa – i fidi si sono ristretti e l’accesso al credito è diventato sempre più difficile". Al centro dello scontro c’è, in particolare, il concetto di impresa meritevole. Secondo Cna, infatti, le banche lo applicano in senso troppo restrittivo, approfittandone per limitare la concessione del credito. "Le imprese sono meritevoli perchè hanno un progetto imprenditoriale, per la loro storia, per la passione che hanno messo nel fare impresa – dice Ferrante – Se, dopo anni di investimenti e di crescita, queste realtà si sono trovate esposte alla crisi per la difficoltà a far fronte agli investimenti e alla tecnologia che erano riusciti a costruire e su cui investivano nel corso del tempo, non è giusto che nei loro confronti il credito venga ristretto".Ma nella nostra Regione ci sono anche esperienze positive, in cui banche e imprese collaborano e creano vantaggi per l’economia. Per esempio due istituti di credito, Unicredit e Ugf Unipol, stanno sostenendo il patto di filiera, un progetto pilota sviluppato da Cna e Unindustria Bologna che, invece di aiutare una singola impresa, fornisce un sostegno più ampio. "Le imprese coinvolte ai diversi livelli, dal committente al primo livello fino al secondo livello, programmano insieme congiuntamente le attività e le commesse – spiega Ferrante – se le garantiscono come sistema e possono quindi recarsi in banca per farsi anticipare tanto gli ordinativi quanto le fatture. Questo consente di avere liquidità e la liquidità di questi tempi serve innanzitutto per tenere aperta l’impresa e poter continuare a produrre". Al momento il patto di filiera riguarda il settore packaging, ma se dovesse funzionare la sua applicazione potrebbe estendersi anche ad altri comparti.

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