Le mani su Caorso


CAORSO (PC), 21 GIU. 2010 – Decommissioning o revamping, questo è il problema della centrale di Caorso. Un dilemma che, tradotto dal linguaggio tecnico, significa scegliere tra continuare con lo smantellamento iniziato dopo il referendum del 1987, oppure ripartire con la produzione di energia dall’atomo. Da decidere, in realtà, c’è poco, perché il piano di ritorno al nucleare del governo sembra destinato a far tappa in riva al Po, nel paese del piacentino. A rompere il silenzio sulla localizzazione dei siti che ospiteranno le future centrali è stata Edf, Energie de France, partner di Enel nella costruzione in Italia di quattro nuovi reattori di terza generazione. In cima alla lista delle preferenze dei francesi c’è proprio Caorso, anche se l’ex monopolista italiano si è affrettato a smentire quelle che definisce solo indiscrezioni. Sta di fatto che per i francesi, dopo che si sono visti soffiare da un consorzio sudcoreano l’assegnazione di quattro impianti negli Emirati arabi uniti, il gemellaggio nucleare fatto con gli italiani è diventato ancor più di vitale importanza. Quello che rimane ancora il più grande impianto nucleare in Italia, però, fa gola anche agli americani della General Electric. Negli anni settanta erano loro i progetti e i brevetti utilizzati dalla Ansaldo nucleare nella costruzione della centrale. Ora che produrre energia dall’atomo non è più considerato tabù, quelli della Ge hanno in mente di riavviare Caorso recuperando e ammodernando le strutture esistenti. Un tipo di operazione che in gergo si dice di revamping (rinnovamento). Secondo i loro studi, se fermato adesso, e comunque non dopo il 2015, il processo di decommissioning, ovvero di smantellamento, sarebbe ancora a un punto tale da permettere nuovamente la produzione di energia elettrica. Una marcia indietro da tempi record, visto che con soli due anni di lavoro la centrale tornerebbe a immettere nella rete 900 Mw di corrente. Di certo si tratterebbe di ripristinare una tecnologia già vecchia, anche se ancora presente in 40 centrali al mondo. E dalla potenza ben inferiore ai 1600 Mw forniti dai reattori Epr dei francesi. Ma molto più bassi sarebbero anche i costi di realizzazione: 2 miliardi contro i 4, 4,5 di Enel e Edf. La realizzabilità del piano della Ge resta comunque legata al via libera del governo che finora sembra orientato a permettere la costruzione delle sole centrali di reattori di terza generazione. A contendersi Caorso ultimamente sono arrivati anche i tedeschi della E. On che, insieme a un altro colosso francese, Gdf-Suez, sono pronti a dar vita a una cordata alternativa per la realizzazione dei nuovi impianti nucleari in Italia. A differenza dei concorrenti Enel e Edf, sarebbero disposti ad aprire il consorzio alla partecipazione delle utility locali. Uno scenario che evita l’esclusiva di Enel sul nucleare è da tempo auspicato dalla bolognese Hera e da Iren, gruppo appena nato dalla fusione dell’emiliana Enia con la ligure-piemontese Iride. Per le ex municipalizzate, oggi quotate in borsa, è impensabile non poter essere tra coloro che domani produrranno energia dall’atomo. Chi invece di un futuro nucleare non vuol sentire parlare è il governatore dell’Emilia-Romagna Vasco Errani, da sempre sostenitore della non economicità dell’atomo e dei rischi che comporta. A non convincerlo è soprattutto la legge che un anno fa ha spianato la strada al ritorno del nucleare. L’Emilia-Romagna è tra le 13 regioni che hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale contro quello che considerano un’imposizione dall’alto. La legge stabilisce infatti che lo stato può dichiarare i siti nucleari "zone d’interesse strategico", la stessa cosa che è successa per l’area dell’inceneritore di Acerra. Una procedura che rende inutile qualsiasi opposizione e non dà alle regioni alcuna voce in capitolo, a parte un parere non vincolante in sede di Conferenza unificata. Sul ricorso la Consulta si pronuncerà domani, 22 giugno. Intanto il governo ha incassato il ritiro del Piemonte del leghista Cota dalla cordata delle regioni antinucleariste. Se anche il governatore della Lombardia Formigoni dovesse smarcarsi a favore dell’atomo, per Caorso potrebbe avverarsi uno scenario che sa di beffa. Anziché sulla sponda del Po in terra emiliana, un sito idoneo per il nucleare potrebbe sorgere duecento metri più in là, sulla riva lombarda di Castelnuovo Bocca d’Adda, in provincia di Lodi. A quel punto i caorsini si troverebbero comunque a due passi dalla contaminazione in caso di disastro. Allo stesso tempo perderebbero tutti i vantaggi finanziari che spettano ai comuni che ospitano le centrali, vale a dire indennità e bollette ridotte. Per questo anche Fabio Callori, sindaco leghista di Caorso, ha edulcorato i suoi "abbiamo già dato" dicendosi aperto a una riflessione. "Non siamo contrari al ritorno del nucleare", ha affermato il primo cittadino.Per il momento la centrale continua il suo lento percorso di bonifica. Nei magazzini restano 8700 fusti di scorie (pari a 1.500 tonnellate), mentre le ultime barre di combustibile nucleare rimaste sono partite ieri per la Francia, dove verrà recuperato l’uranio e il plutonio ancora idoneo a produrre energia. Ciò che resterà delle barre, ovvero altri rifiuti radioattivi, tornerà in Italia nel 2025. Chissà se per quell’anno sarà pronto il deposito nazionale di cui si parla dal 1999 ma che ancora non esiste e neppure si sa dove sorgerà, nonostante per legge dovesse essere pronto per il 2008. Oltre ai cadaveri della vecchia gestione, il sito di stoccaggio dovrà accogliere anche i residui prodotti dalle nuove centrali.

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