La zona del silenzio si riempie di voci


3 LUG. 2009 – Ormai ci siamo, ancora pochi giorni e arriverà la sentenza di primo grado. Dopo quattro anni di inchieste e due di processo, lunedì 6 luglio arriverà una risposta alle mille domande che circondano la morte di Federico Aldrovandi. Forse è troppo aspettarsi di sapere perché questo diciottenne ferrarese, incensurato e disarmato, ha perso la vita all’alba del 25 settembre 2005. Ma si scoprirà se i quattro poliziotti che quella mattina erano con lui verranno condannati per eccesso colposo. E in quel caso, almeno, si potrà avere la certezza di chi è stato ad ucciderlo.Patrizia Moretti, la mamma di Federico, lo sa già. E per levare ogni dubbio lo ha scritto nell’ultimo post pubblicato sul blog che tiene aperto dal 2006 per fare luce sulla morte del figlio. “Sono colpevoli – dice – perchè prima di incontrarli il cuore di mio figlio batteva sano, generoso e forte. Sono colpevoli perchè l’hanno ucciso procurandogli una sofferenza atroce, nella consapevolezza di farlo. Sono colpevoli perchè hanno ucciso un bambino, non volevano sentire le sue richieste di aiuto, gli hanno chiuso la bocca contro l’asfalto e l’hanno schiacciato con tutto il loro peso e con tutta la forza e con le tecniche di cui si sono vantati al processo”.Al processo, pochi giorni fa, i legali di Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto hanno dedicato le loro arringhe a smontare le ipotesi della pubblica accusa, sostenendo che ciò che è emerso “non rende plausibile la catena causale” di eventi che hanno portato al decesso del ragazzo, e che quindi “non sapremo mai di che cosa è morto”. Il collegio difensivo ha inoltre accusato la stampa di parteggiare per la parte civile, sostenendola con argomentazioni “stonate” che avrebbero “preconfezionato la sentenza”. In aula è stato addirittura citato un libro, considerato dagli avvocati uno dei più limpidi esempi di devianza. Si chiama “Zona del silenzio” ed è un romanzo a fumetti uscito un paio di settimane fa per Minimum fax. I suoi autori, Checchino Antonini e Alessio Spataro, sono stati accusati di “cercare verità e giustizia a senso unico, criticando insensatamente la polizia”. L’unica colpa di Antonini, giornalista del quotidiano “Liberazione”,  è stata però quella di essersi interessato prima di tutti gli altri cronisti alla vicenda di Federico. Ha seguito tutte le fasi delle indagini successive alla sua morte e del processo che grazie all’ostinazione dei suoi familiari ne è scaturito. A Spataro, invece, si può rimproverare solo di aver messo la sua esperienza di fumettista e disegnatore satirico a servizio di questo episodio di tragica violenza e di aver voluto coinvolgere l’amico Antonini in un lavoro a quattro mani. Dalla loro collaborazione è nato “Zona del silenzio”, la storia di un giornalista e uno studente che, desiderosi di trovare la verità sulla morte di Federico, scopriranno anche molto anche su loro stessi. Noi pensiamo che parlare di questa esperienza sia il modo migliore per aspettare la lettura della sentenza del processo Aldrovandi.Da dove nascono l’idea di questo romanzo a fumetti e la vostra collaborazione?Checchino Antonini: Scopro Alessio nel 2001, poche settimane dopo Genova, quando mi capita tra le mani il suo reportage a fumetti sulle giornate del G8. Mi colpì il suo modo di raccontare, di usare i fumetti sull’attualità stringente, di inserirsi in una narrazione collettiva che si era dispiegata dopo quella straordinaria esperienza di movimento e dopo l’orrore della violenza di polizia. Qualche tempo dopo mi portò il suo primo libro di vignette: interessante, ma gli dissi che mi piacevano di più le sue storie lunghe. Così lui andò da Minimum fax a proporre questo lavoro a quattro mani e mi fece la sorpresa di coinvolgermi in questa esperienza.Alessio Spataro: Checchino Antonini oltre ad essere un amico è anche un archivio vivente e un giornalista coraggioso. Il suo desiderio di scrivere un libro sulla vicenda coincideva con la proposta che mi fece l’editore tre anni fa. Da lì è partita una collaborazione tanto caotica quanto affascinante che ci ha portato oggi a produrre un racconto che soddisfa pienamente entrambi.Durante il vostro lavoro di inchiesta avete avuto modo di conoscere la mamma di Federico. Come giudicate la sua battaglia per ottenere la verità, l’utilizzo che fa di Internet per colmare le lacune della giustizia e degli altri mezzi di comunicazione?CA: Questo è il paese delle associazioni di familiari che chiedono giustizia e verità. Non l’ho detto io, ma il marito di una delle vittime della strage di Piazza della Loggia (Brescia 1974). Ci sono centinaia e centinaia di morti per mano di apparati repressivi dello Stato, deviati e no, ufficiali o informali (mafia, fascisti ecc…). E’ dai tempi di piazza Fontana che la controinformazione è l’unica esperienza credibile per chi voglia capire cosa stia accadendo e perché. Internet consente che le controinchieste circolino in tempo reale. Anche sul web ci sono parecchi furboni (un noto comico genovese, ad esempio) e forse bisognerebbe riflettere sulla natura della rete dove le comunità si fanno virtuali, si sradicano. Insomma, l’informazione circola meglio ma poi fatica a tornare per strada, a diventare efficace (a meno che, per efficacia, non si intendano i gadget venduti dal noto comico), a tradursi in partecipazione reale. AS: La notte in cui è stato pubblicato il blog da Patrizia io stavo proprio navigando su Indymedia, un luogo di informazione web per me essenziale che da poco sta riaprendo con fatica. Patrizia e Lino (il padre) ho avuto il piacere di conoscerli a Ferrara alla fine del 2006, quando con Checchino li abbiamo messi al corrente del nostro progetto con Minimum fax.Perché il sottotitolo di questo libro è “una storia di ordinaria violenza italiana”?CA: Perché storie come questa di Federico, purtroppo, accadono tutti i giorni: per strada, in carcere, in caserma, allo stadio. Il paradosso dei cittadini in divisa è che si schermano dietro la presunta emergenza sicurezza rivendicando una sorta di impunità. Tutti – politici, stampa, istituzioni – si sentono imbarazzati quando si tratta di spiegare loro che le regole valgono anche per chi deve farle rispettare. E’ un problema non solo italiano e ha a che fare con la separatezza delle forze dell’ordine dalla società civile, con la loro subalternità ai governi e ai blocchi di potere, con le mancate tutele del lavoro di chi indossa la divisa. Infatti, a Ferrara, abbiamo potuto leggere, in presa diretta, la reazione corporativa della questura (nello stesso stile con cui a Bologna fu rallentata l’inchiesta sulla Uno Bianca) e il blocco di potere (tribunale-questura-medicina legale-alcuni partiti-potentati economici-giornali) che è sceso in campo per silenziare la vicenda.Parlando del vostro libro sul blog che ha aperto per fare luce sulla morte del figlio, Patrizia Moretti ha rivolto a te, Alessio, quello che potrebbe essere il migliore complimento possibile. Ha detto: “Sembra quasi che Alessio Spataro abbia conosciuto Federico”. In che modo sei riuscito a ricostruire così bene la figura di un ragazzo con cui, invece, non hai mai avuto rapporti?AS: Quella di Patrizia è la recensione di cui sono più orgoglioso, ma non penso di essere stato particolarmente sensibile nel descrivere Federico. Purtroppo la mia generazione è cresciuta a stretto contatto con troppi omicidi impuniti che puzzano di fascismo anche quando gli aguzzini indossavano una divisa. Sole e Baleno, Carlo Giuliani, Aldo Bianzino… Oppure Dax, Renato Biagetti… Per questo penso che sono molte le persone della mia età che hanno conosciuto a fondo quelli come Aldro che hanno perso la vita anche per motivi banalissimi ed evitabili.Perché hai scelto di rappresentare i personaggi di questa storia sotto forma di animali?AS: Gli animali antropomorfi fanno subito pensare ai personaggi disneiani. Ed è curioso immaginare che oggi Zona del Silenzio, un libro in cui dei maiali uccidono un gatto, venga letto da gente che è cresciuta appassionandosi alle avventure dei "buoni in divisa" come Topolino, Manetta e Basettoni che sconfiggevano i "cattivi fuorilegge" come Gambadilegno e Trudy.Invece di te, Checchino, Patrizia ha detto che sei stato “il primo giornalista che ha voluto vedere oltre il muro di gomma costruito dai poliziotti”. Cos’è che, da subito, ti ha spinto ad occuparti di una vicenda che molti altri tuoi colleghi avevano inizialmente deciso di non raccontare?CA: La prima pagina del blog di Patrizia Moretti spuntò su Indymedia e attirò la curiosità di quanti, tra noi, erano sensibili alle tematiche relative alla repressione e alla “mala-polizia" (un termine da utilizzare nella medesima accezione con cui si parla di mala-sanità). Mi consultai con la mia redazione e quella di Radio Onda d’Urto di Brescia, con cui collaboro. Assieme a uno scrittore emiliano, Stefano Tassinari, trovai una “guida indiana", una compagna di Ferrara. E, il giorno dopo ho incontrato la mamma di Aldrovandi. Ad un certo punto della storia, il giornalista protagonista della vicenda dice: "prima con Haidi Giuliani…ora di più con Patrizia…capita sempre che mi immedesimo troppo in un parente delle vittime di cui mi occupo…ma è un rischio che preferisco correre!". Quanto c’è di autobiografico in questa frase?CA: Purtroppo è assolutamente autobiografico: il mio lavoro e la mia attività politica mi hanno portato a conoscere persone che hanno perduto figli, fratelli, amori. Che sono stati catapultati con questi dolori inimmaginabili nella sfera pubblica, che cercano verità e giustizia, e vorrebbero che non succeda ad altri lo strazio che hanno subito loro. Il mio lavoro vuole essere un atto dovuto. La memoria è uno dei terreni della lotta per la democrazia in questo Paese.

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