La verità rifiutata


RICCIONE (RN), 18 GIU. 2010 – Il 20 marzo 1994 il contingente italiano cominciava il ritiro da Mogadiscio dopo il fallimento della missione di pace in Somalia. Quello stesso giorno, a pochi metri di distanza dai generali in partenza, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin venivano uccisi a bruciapelo, colpiti alla testa da un proiettile. Una vera e propria esecuzione, che 16 anni dopo non ha ancora un responsabile. Nessuno, tra chi avrebbe il potere per farlo, lo ha voluto trovare. Sebbene indagini, testimonianze e inchieste giornalistiche siano riuscite a far emergere la verità. Ora però anche la magistratura e il mondo politico devono fare la loro parte, affinchè sia possibile trovare esecutori e mandanti del duplice omicidio. Lo chiede l’associazione Ilaria Alpi, con un appello presentato in occasione del Premio dedicato alla giornalista del Tg3, in corso in questi giorni a Riccione.Ieri sera al Palazzo dei Congressi è stata organizzata una serata-dibattito per fare il punto su quella che è stata definita con "una vergogna collettiva del nostro Paese". A usare queste parole è Riccardo Bocca, giornalista dell’Espresso che si occupa da tempo delle cosidette navi dei veleni, che affondano nei mari cariche di rifiuti tossici e radiattivi. Bocca, nel suo intervento, ha fatto due nomi. Il primo è quello di Giorgio Comerio, una faccendiere dedito allo smaltimento e che – chissà come mai – conservava in casa sua il certificato di morte di Ilaria. Un documento scoperto per caso durante una perquisizione, ma di cui non sono mai entrati in possesso nemmeno genitori della donna. Il secondo nome, invece, è Giancarlo Marocchino, l’uomo che arrivò per primo sul posto dell’agguato a Ilaria e Miran. Di lui, il dirigente della Digos romana Marcello Fulvi scriveva in un’informativa del 3 febbraio 1995: “Si comunica che il personale di questo ufficio ha avuto un incontro con una fonte confidenziale di provata attendibilità, la quale ha confidato che il mandante dell’omicidio di Ilaria Alpi e del suo operatore sarebbe Giancarlo Marocchino”. Ma che c’entrano Comerio e Marocchino con la giornalista del Tg3? Facile: lei e Hrovatin nel 1994 erano a Mogadiscio per realizzare un’inchiesta sui traffici di armi e rifiuti tossici fra Italia e Somalia. E sono rimasti vittime di un agguato poco prima di rivelare la rete di interessi criminali che metteva insiem uomini della Cooperazione, allora gestita dall’entourage di Bettino Craxi, faccendieri, organizzazioni mafiose e anche funzionari dei serivzi segreti. Roberto Morrione, ex direttore di RaiNews24 e attuale presidente di Libera Informazione, ripercorre le tappe successive a questo omicidio: archiviazione delle inchieste avviate dalle Procure di Asti e Torre Annunziata, un’infausta commissione parlamentare di indagine presieduta da Carlo Taormina (capace di dire che "In Somalia, dove Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si recarono per seguire la partenza del contingente italiano. passarono una settimana di vacanze conclusasi tragicamente") e un processo terminato con la condanna di Hashi Oman Hassan, accusato di aver fatto parte del commando pur non avendo sparato, ma apparso fin da subito come un caprio espiatorio. Hassan è stato incastrato da un testimone piuttosto ambiguo. Si chiama Ali Rage Hamed, ma è conosciuto come Jelle. L’avvocato Douglas Douale, che difende la presunta vittima sacrificale in carcere dal 2000, ha svelato che lui stesso ha ammesso di essere stato pagato da un’autorità italiana per depistare le indagini. E per questo dal 26 novembre prossimo sarà sotto processo per calunnia, anche grazie alla tenacia del Gip Emanuele Cersosimo che ha chieso nuove indagini. "Giorgio e Luciana Alpi si costituiranno parte civile", ha fatto sapere ieri il loro legale Domenico D’Amati. Che ha voluto sottolineare anche la gravità delle affermazioni di Jelle riferite da Duale: "E’ necessaria una verifica – ha detto – perchè la conferma di queste rivelazioni rappresenterebbe una svolta nelle indagini". Si delineerebbe infatti una situazione sempre più torbida, suffragata da numerosi elementi che chiamano in causa i poteri forti. Basta ricordare, come ha fatto D’Amati, che Ilaria ha trovato la morte dopo aver ricevuto una misteriosa telefonata proveniente dall’Italia, che le diceva di recarsi sul luogo dell’agguato. L’autore e giornalista Andrea Purgatori ha dunque ragione quando dice che la mancanza di assunzione di responsabilità della politica è una costante del nostro paese e che quello di Ilaria Alpi è un mistero che vuole essere mantenuto tale perchè c’è una corresponsabilità delle Istituzioni dello Stato. Anche Mariangela Gritta Grainer, portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi, parla di "più muri sovrapposti" che hanno ostacolato le indagini su questa duplice morte. E si congratula con l’onorevole Giuseppe Giulietti quando annuncia che 120 deputati hanno già firmato l’appello "Verità e giustizia". Un buon segno anche secondo Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente, per il quale è necessario organizzare un’operazione verità. "Basta raccogliere quelle poche migliaia di euro che servono per fare delle ricerche serie in Somalia sui rifiuti", dice. Facendo sì che quel paese disastrato smetta di essere – per dirla con Luciano Scalettari di Familgia Cristiana, che all’argomento dedica il suo libro "1994" – "la pattimuera dell’occidente". E dando finalmente un nome ai colpevoli della morte di Ilaria e Miran.

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