La tortura non è reato


18 NOV 2009 – In Italia la tortura non è reato. Abuso d’ufficio, lesioni personali, quando finisce male omicidio preterintenzionale. Ma quello che negli altri paesi si chiama con il suo nome, tortura, dalla legge italiana non è previsto. In queste ore siamo costretti a leggere che nelle 67 fotografie scattate sul cadavere di Stefano Cucchi (pestato mentre era in stato di detenzione, quindi affidato allo Stato) si vedono almeno cinque lesioni tipiche delle bruciature di sigaretta. Sul braccio destro, sul pollice della mano sinistra, sulla fronte. Pestato a sangue, con fratture su tutto il corpo. E poi bruciato con i mozziconi di sigaretta. A Bolzaneto, durante il famigerato G8 del 2001, i ragazzi nella scuola Diaz subirono ogni sorta di tortura, fisica e psicologica. Nella requisitoria il Pm scriveva: “un trattamento inumano e degradante ma non esistendo una norma penale, l’accusa è stata costretta a contestare agli imputati l’abuso d’ufficio”.La legge sulla tortura, la cui mancanza ci relega negli ultimi posti dei paesi europei, era stata approvata dalla Camera nel dicembre 2006 (grazie peraltro a un accordo tra i due schieramenti). E poi approvata anche dalla commissione giustizia del Senato nel luglio 2007. Poi la crisi del governo Prodi, il ritorno di Berlusconi e una legge “quasi approvata” diventa carta straccia.Dice papa Ratzinger: “Ogni detenuto per qualunque motivo sia stato messo in carcere, intuisce quanto sia pesante questa condizione umana soprattutto quando è abbruttita dal ricorso alla tortura”. E, nel suo stile neo-medioevale, aggiunge: come avvenne per Boezio. Severino Manlio Boezio, filosofo, martire e santo per la Chiesa cattolica. Autore del De consolatione philosophiae. La filosofia, insomma, come consolazione alle sofferenze patite in carcere, tortura compresa.Non c’è consolazione alla tortura subita da un giovane detenuto, fragile come Stefano Cucchi (fosse anche stato “tossicodipendente e anoressico” come crudelmente lo ha definito il cattolico Giovanardi). Non c’è consolazione né riparazione. Ma giustizia deve esserci. E non per abuso d’ufficio o per omicidio preterintenzionale. Nessuna giustizia ci sarà per il ragazzo di 17 anni venuto dal Marocco e suicidatosi nel carcere minorile Meucci di Firenze. Detenuto per tentato furto, un “reato di strada” che, grazie anche alla follia leghista di questi anni, è ritenuto più grave di qualunque malefatta finanziaria. Cercare di rubare una mela è più grave che appropriarsi illegalmente di un frutteto intero. Il Resto del Carlino di oggi bolla il giovane suicida come “disadattato e con problemi psichici”. Fosse anche vero, sarebbe stata una ragione in più per aiutarlo, per impedirgli di farsi male. Lo hanno lasciato solo. Al momento della doccia ha portato con sé il lenzuolo, è salito su una scarpiera, si è legato il lenzuolo al collo, si è lasciato cadere, è morto impiccato. “Era solo e aveva bisogno di un altro tipo di assistenza”, dice Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze.Ci sentiamo molto soli anche noi e avremmo bisogno, appena possibile, di un altro tipo di Giustizia.

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