La storia di Federico, morto senza un perché


FERRARA, 18 GIU. 2009 – Tutto comincia all’alba del 25 settembre 2005. Federico Aldrovandi, un diciottenne di Ferrara, sta rientrando a casa dopo una notte passata con i suoi amici a Bologna. Alle sei meno cinque in via dell’Ippodromo arrivano due volanti della polizia, allertate dalla telefonata di un abitante della zona che ha visto il ragazzo dimenarsi e gridare frasi incomprensibili. Alle sei e un quarto – venti minuti più tardi – arrivano anche gli operatori di un’ambulanza. Ma l’unica cosa che possono fare è constatare la morte di Federico, che giace sull’asfalto a faccia in giù, ammanettato e con i polsi dietro la schiena. Ci sono voluti quattro anni di inchieste e due di dibattimento per cercare di capire che cosa è successo in quei venti minuti maledetti. E dopo ventisei udienze, domani è prevista la requisitoria di Nicola Proto, il pubblico ministero del processo in cui Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto sono imputati per omicidio colposo. Sono loro, infatti, i quattro agenti che quella mattina all’alba erano in via dell’Ippodromo, e che da quel momento in poi hanno continuato a prestare servizio come se nulla fosse successo. Martedì 30 giugno, il giorno in cui è attesa la sentenza di primo grado, si scoprirà finalmente se anche il Tribunale di Ferrara li considera i colpevoli della terribile fine di Federico.Chi è assolutamente sicura che siano loro i responsabili della morte del ragazzo è Patrizia Moretti, sua mamma. Ne è certa dal momento in cui ha visto il cadavere del figlio nella bara, prima del funerale. "Quasi non riuscivo a riconoscerlo – ha detto –  aveva un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male". Dall’autopsia sono emersi anche lo schiacciamento di un testicolo e tutti gli elementi che hanno indotto i periti della famiglia ad avanzare l’ipotesi dell’asfissia indotta, conseguenza di pressioni sulla gabbia toracica. Secondo i consulenti della Procura, invece, Federico è morto per "insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico". E la causa del suo indebolimento sarebbe stata la droga, "precisamente eroina, ketamina e alcol". La quantità rilevata nel suo organismo era comunque troppo bassa per uccidere, quindi l’idea che il suo cuore sia scoppiato per colpa delle botte è considerata da sempre la versione più plausibile. Ad alimentarla ci sono anche i testimoni, comparsi piano piano nel corso delle indagini. Si parte dalle deposizioni degli autisti dell’ambulanza, che dopo aver liberato il ragazzo dalle manette, sono riusciti a girarlo per vedere se respirava ancora e hanno scoperto "un rivolo di sangue alla bocca e uno in testa". Ma la svolta arriva con le dichiarazioni di una donna camerunense residente in via dell’Ippodromo, che è sta ascoltata nel corso dell’incidente probatorio e ha rivelato di aver visto Federico accasciarsi subito dopo essere stato afferrato per i capelli, di averlo sentito gridare aiuto mentre tutti i poliziotti lo prendevano a calci e a manganellate, prima di immobilizzarlo a terra.Eccoci dunque in attesa di sapere la verità, di capire perchè uno studente "normale", tranquillo e senza guai con la legge, non è tornato a casa dai suoi genitori e dal fratello Stefano che aveva salutato la sera prima per andare ad un concerto. Un destino tremendo, che tra pochi giorni troverà una risposta, ma che ha rischiato di finire nel dimenticatoio. Ad un mese dalla sua morte, infatti, sulla vicenda era calata una cortina di silenzio. L’intenzione era quella di insabbiarla: d’altra parte, di tutto ciò che coinvolge le forze dell’ordine meno si parla e meglio è. Nessuno aveva però fatto i conti con mamma Patrizia, che il 2 gennaio 2006 si è fatta coraggio e ha aperto un blog: federicoaldrovandi.blog.kataweb.it. Nel primo post ha raccontato con dovizia di particolari e con una dolcezza disarmante chi era suo figlio e che cosa gli era successo. Da quel momento il nome di Federico è cominciato a rimbalzare sulle prime pagine dei giornali, in televisione e persino nelle stanze del ministero della Giustizia. Il "muro di gomma" è stato abbattuto, i quattro agenti sono stati individuati, indagati e poi rinviati a giudizio. Dopo 1013 giorni di silenzio, durante i quali si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, nello scorso giugno hanno finalmente deciso di parlare: "Federico doveva essere fermato", hanno detto. Ma per fermare una persona è necessario ucciderla?

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