La pazza di Mosca


BOLOGNA, 8 GEN. 2011 –  “Sono sola, mi chiamano la pazza di Mosca”. Anna Politkovskaja era consapevole di ciò che comporta essere una giornalista fuori dal coro nella Russia di Putin, ma era pronta a pagare tutte le conseguenze. Anche quella più spaventosa, la morte, che puntualmente è arrivata il 7 ottobre 2006. Quando qualcuno – non si saprà mai chi – le ha sparato nell’ascensore di casa, proprio nel giorno in cui Zar Vladimir festeggiava il suo cinquantaquattresimo compleanno. Anna non ricercava il consenso, ma la verità. Ormai però non sono più in tanti a farlo, in Russia come altrove.  Diceva che “l’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede”. E adesso questa frase campeggia in alto sulla copertina di un libro che si chiama come lei e racconta la sua vita. E’ il frutto dell’idea di Francesco Matteuzzi, un giornalista che ha proposto all’editore Becco Giallo di far diventare, per la prima volta, questa donna testarda e combattiva protagonista di un fumetto.Francesco si è occupato di sceneggiare la storia e ha chiamato a disegnarla Elisabetta Benfatto, che come lui insegna nella sede di Padova della Scuola Internazionale di Comics. Poi ha intervistato Paolo Serbandini, che nel corso del suo lavoro di inviato è riuscito ad incontrare Anna per ben due volte, e ha coinvolto anche l’attrice Ottavia Piccolo e Andrea Riscassi, fondatore dell’associazione Annaviva. Così è nato “Anna Politkovskaja”, un progetto editoriale complesso e appassionato. Proprio come le lotte che Anna ha condotto contro l’oligarchia moscovita per il rispetto dello stato di diritto.Francesco, il vostro libro è dedicato "a quei giornalisti che scelgono di fare ancora il loro mestiere". Attraverso l’esperienza di Anna Politkovskaja, tu ed Elisabetta avete voluto riflettere in generale su questa professione? Sì e no. Il nostro obiettivo non era approfondire questo tipo di discorso, ma naturalmente raccontare la vita di Anna Politkovskaja vuol dire parlare anche del suo essere giornalista. Nel libro ci sono molti riferimenti alla professione. La stessa  Anna dice che i giornalisti russi si possono dividere in buoni e cattivi, e definisce i primi ‘i portavoce dello stato’. Sono buoni perchè riferiscono quello che devono. Ma la vera informazione è un’altra, ed esiste soltanto in aree molto molto limitate del mondo giornalistico. Lo vediamo anche qui in Italia, tutti i giorni. Dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja anche altre persone che hanno osato sfidare Putin hanno ricevuto un trattamento simile. Penso alla sua collega Natalia Estemirova o a Alexander Litvinenko. Non ci sono solo loro. In realtà si conta che dal crollo dell’Unione Sovietica Anna sia stata la duecentoundicesima giornalista uccisa in Russia. Un numero altissimo, che dopo di lei ha continuato a crescere. Soltanto la Novaja Gazeta, il quotidiano per cui lavorava Anna, ha perso 4 redattori. Poi tu hai citato Litvinenko, che non è nemmeno un giornalista. Era un ex agente del Kgb che un giorno ha detto ‘Io so chi ha ammazzato Anna Politkovskaja. So che è stato Putin, perché senza l’avvallo del potere un omicidio del genere non poteva avvenire’. E dopo un mese è stato fatto fuori anche lui.Qual è, dunque, la situazione dell’informazione e della libertà di espressione in Russia?Per quanto ne so io, a parte la Novaja Gazeta non ci sono altri giornali, perlomeno cartacei, che facciano veramente informazione. C’è una radio, Radio Eco di Mosca, ma non ho idea di quale sia la sua attuale situazione.  In ogni caso gli organi che riescono a raccontare la verità, in Russia, si possono contare sulle dita di mezza mano.  Il fatto è che per essere preso di mira basta un semplice sgarro. Uso questo termine non a caso perché quella russa è una situazione molto mafiosa, che richiama le tematiche tipiche della criminalità organizzata. La corruzione è alla base di tutto il sistema.Anna Politkovshaja, in particolare, ha rappresentato un grande ostacolo per il governo russo nella gestione della questione cecena, vero? Sì, le sue inchieste principali sono derivate dalla questione cecena. E’ su vicende come quella del teatro Dubrovka di Mosca, nel quale i ribelli tennero in ostaggio circa 850 civili, o della strage di Beslan che Anna si è maggiormente concentrata, portando alla luce ciò che stava effettivamente succedendo in Cecenia e non quello che la propaganda russa voleva che si sapesse in giro.E così facendo è andata al di là del suo ruolo di giornalista. Si è messa in gioco in prima persona.Nel caso del Duborvka Anna era stata addirittura chiamata dai ceceni a negoziare. Evidentemente però Mosca era interessata a non far andare a buon fine le negoziazioni. Lei infatti è andata lì, ha parlato con i terroristi ed è riuscita in qualche modo ad instaurare un dialogo. Dopodiché le forze armate russe hanno buttato dentro il teatro un gas senza nemmeno dire di che sostanza si trattasse. Così gli spettatori sequestrati, che sono rimasti avvelenati, non hanno neppure avuto modo di essere curati, perché in ospedale non si è potuto capire cosa avessero inalato. Nel libro, tra l’altro, c’è un pezzo dell’intervista che Anna ha fatto all’unico terrorista del Dubrovka che non è stato ammazzato dai militari di Putin. Dalle sue parole si capisce che non era esattamente un ribelle ceceno, ma qualcuno che era stato messo lì e che poi è stato fatto scappare, perché un attacco del genere faceva comodo.E a Beslan, invece?Per quanto riguarda la strage di Beslan – il paese dell’Ossezia del Nord in cui più di 1700 persone furono fatte prigioniere dai separatisti ceceni all’interno di una scuola – Anna non è stata nemmeno fatta arrivare sul posto. E’ stata avvelenata prima, proprio per evitare qualsiasi rischio. Per impedirle di arrivare e avviare anche in questo caso un dialogo che avrebbe potuto rivelarsi produttivo per la sorte dei prigionieri. Ma non per Mosca, ovviamente.Questo massacro nel vostro libro viene raccontato in un modo molto particolare, come se fosse visto attraverso gli occhi di un bimbo. Perché questa scelta?E’ stata una scelta dettata dal buon gusto. A Beslan c’erano centinaia di bambini rinchiusi in una palestra. Erano seminudi perché, come si vede dalle fotografie, faceva un caldo infernale e loro si erano spogliati restando in mutande. In più avevano davanti i sequestratori armati, che avevano già ammazzato delle persone. A Elisabetta e a me è sembrato troppo. Non abbiamo voluto farli vedere in presa diretta: la violenza era eccessiva e sarebbe stato come speculare sulla morte di molti di loro. Abbiamo preferito utilizzare un filtro. Anche perché il fumetto è straordinario per questo, consente di utilizzare molti stratagemmi che raccontano senza mostrare.E il filtro che avete utilizzato sono stati dei disegni infantili.Sì, e la loro realizzazione è stata molto divertente, anche se non mi ha coinvolto in prima persona. Elisabetta infatti non voleva improvvisarsi bambina. Aveva deciso di evitare che venissero fuori dei disegni fasulli, come spesso succede quando un adulto imita lo stile di un bambino. Quindi ha passato un paio di pomeriggi assieme al figlio dei suoi vicini di casa, osservandolo mentre disegnava. E mi ha raccontato che poi, rifacendo i disegni per il libro, ha cominciato anche a impugnare la matita come lui. Ha radicalmente cambiato, insomma, il suo punto di vista.Un’altra vostra scelta è stata quella di far parlare Anna Politkovskaja in prima persona.Quella è stata una mia proposta, che l’ed
itore ha approvato. Ma tutti e due avevamo molti dubbi, nel senso che era una scelta piuttosto rischiosa: o ti viene bene, oppure fai una schifezza. D’altra parte, però, si trattava di una decisione abbastanza obbligata. Il materiale relativo ad Anna che abbiamo consultato era composto al 90% da suoi reportage. Quindi veniva molto difficile trovare un punto di vista esterno al suo, perché è ovvio che in quel che scriveva ci fossero le sue emozioni. Questo libro è, insomma, un bell’esempio di giornalismo a fumetti. Un genere con cui tra l’altro tu ti eri già cimentato quando hai raccontato un’altra vita che si è conclusa con un omicidio, quella di don Peppe Diana. Qual è secondo te il valore aggiunto che il fumetto può dare al giornalismo?Prima di tutto bisognerebbe capire cosa si intende di preciso con ‘giornalismo a fumetti’. Quello che ho fatto io con questi due libri è un giornalismo derivato. Nel caso di don Diana in realtà c’erano anche delle persone che conoscevano le vicende e ci hanno raccontato delle cose inedite, però sostanzialmente ci siamo rifatti a fonti già esistenti. E in questo senso, molto semplicemente, il fumetto aggiunge l’immagine. Sarà una banalità, ma si costruisce così una narrazione capace di coinvolgere persone che altrimenti non si sarebbero mai avvicinate a vicende come queste. Molti non avrebbero mai letto un saggio su Anna o don Diana, ma grazie al fumetto li hanno conosciuti e se vorranno potranno approfondire.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet