La meglio gioventù


REGGIO EMILIA, 6 LUG. 2010 – “Se, spari a parte, i fatti di Genova del 30 giugno possono anche giustificare una reazione forte della polizia e dei carabinieri in risposta agli attacchi subiti, a Reggio Emilia le cose andarono molto diversamente. Noi eravamo lì che cantavamo in attesa che cominciasse il comizio, nessuna provocazione né atti vandalici. E niente armi. Siamo stati colti di sorpresa e non c’è stata via di scampo. Tutte le vie di accesso e fuga dalla città erano chiuse. E dire che io conoscevo benissimo ogni strada, perchè a quel tempo facevo il garzone in macelleria”. Ha i ricordi ancora molto chiari Silvano Franchi, quando ripensa al 7 luglio 1960. In quella giornata maledetta per Reggio e per l’Italia intera, ha perso suo fratello Ovidio, caduto sotto i colpi della polizia a soli 19 anni assieme a Lauro Farioli, Marino Serri, Afro Tondelli ed Emilio Reverberi. Anche lui era in piazza della Vittoria a manifestare contro il governo Tambroni, e questi 50 anni gli sono serviti a convincersi che quella rappresaglia “è stata architettata nei minimi particolari. Noi ragazzi eravamo inconsapevoli, ma ci trovavamo all’interno di una cosa più grossa di noi”. “Tutto è cominciato – racconta – con il pestaggio di due giovani che camminavano nei pressi della sede del Movimento Sociale con una bandiera della Fgci. Uno dei due è dovuto andare in ospedale e da quel momento il nostro comizio si è interrotto. Siamo andati tutti davanti alla sede dell’Msi e l’abbiamo trovata protetta da file e file di poliziotti. E’ lì, non appena ci siamo resi conto che le forze dell’ordine parteggiavano per i fascisti a discapito del mantenimento dell’ordine pubblico, che sono partiti gli scontri”. Una battaglia in cui gli agenti hanno sparato più di 500 colpi e messo fine a 5 vite. Mezzo secolo dopo, non c’è nessun colpevole. “Se ci fosse stato solo un minimo di volontà – accusa Franchi – a seguito di questi fatti si sarebbe dovuto aprire un vero e proprio processo, e non la farsa a cui abbiamo assistito. Da quando il procedimento è stato trasferito da Reggio Emilia a Milano per legittima suspicione, si è capito che era tutto pilotato: una corte costruita ad hoc ha puntato tutto sulle lungaggini giudiziarie, mettendo a dura prova i nostri nervi. E poi è arrivata la sentenza alla Ponzio Pilato”. Il vice-questore Cafari Panico fu assolto infatti con formula piena, avendo semplicemente applicato la direttiva del ministero dell’Interno che intimava di ripristinare l’ordine pubblico a tutti i costi, anche con l’uso della violenza.Signor Franchi, sono passati 50 anni dal 7 luglio 1960. Dopo mezzo secolo dalla morte di suo fratello Ovidio quali sono le emozioni che prova?Sono sempre più convinto che quello fu un eccidio premeditato, in cui si cercò di colpire Reggio Emilia per la sua storia e per le sue tradizioni. E’ stata una cosa intollerabile: a 15 anni dalla fine della guerra di liberazione, una strage di quel tipo, in una città così avanzata politicamente, culturalmente ed economicamente, non sarebbe dovuta avvenire. Erano gli anni in cui si cominciava ad intravedere la possibilità di vivere in una società normale. Ma questo, purtroppo, quel giorno ci è stato impedito.Anche lei ha partecipato alla manifestazione assieme a suo fratello. Cosa vi ha spinto a scendere in piazza?Quel giorno non manifestavamo per problemi legati al lavoro. Era una questione diversa, discussa con i miei genitori e condivisa principalmente da Ovidio, che era un ragazzo molto impegnato in politica, segretario di un circolo della Federazione giovanile comunista che trovava sede nella zona tra Santa Croce e Massenzatico. Io condividevo le idee di mio fratello e lui aveva un forte ascendente nei miei confronti. Quindi, dato che secondo noi in quei mesi era in atto un tentativo molto pericoloso di far tornare i fascisti al centro della politica italiana, avevo ritenuto opportuno respingerlo con determinazione e con forza partecipando assieme ad altri 6 amici a questo sciopero.Cosa crede che sia cambiato nella situazione e nel clima politico da allora?Non molto, purtroppo. Pensavo che il percorso intrapreso potesse raggiungere gli obiettivi che ci animarono in quel periodo. Ma devo riconoscere amaramente che siamo un paese tutto particolare, che non riesce a fare giustizia sugli errori commessi. Penso anche che sotto un certo aspetto, soprattutto con l’avvento dell’attuale Presidente del Consiglio, l’Italia abbia perso molto ed è una situazione che dovrebbe preoccupare. Per questo spero di ritrovare di nuovo in piazza i giovani, che sono i più penalizzati da questa situazione, a manifestare contro i pericoli che emergono quotidianamente, per esempio la legge-bavaglio della stampa e dell’editoria. Ma crede che i giovani d’oggi siano disposti a lottare, a combattere, a scendere in piazza come avete fatto voi per salvaguardare i propri diritti e le proprie idee?Penso di sì, anche se non hanno molti punti di riferimento adesso. C’è troppa frammentazione, specie nei partiti di centrosinistra. Se mi è consentito fare un intervento politico, io attualmente milito nel Pd e vedo che facciamo enormemente fatica a ricompattare tutte le forze della sinistra e quelle democratiche più in generale. Ed è per questa mancanza di visione unitaria che i giovani sono i più penalizzati dalla situazione politica ed economica di questo paese. Tra l’altro, posso aggiungere una cosa?Sì, certo.Anche noi prima del 1960, fummo criticati. Sembrava che da un paio d’anni ci fosse una non-partecipazione o un allontanamento dalla politica attiva da parte dei giovani. Ma appena ci sono verificate le circostanze e il paese ha richiesto il nostro aiuto, abbiamo sorpreso i dirigenti della Camera del Lavoro, della Cgil e dello stesso Pci respingendo il tentativo autoritario di Tambroni e del Msi. Prima a Genova e poi, dopo Reggio Emilia, anche a Roma e in Sicilia. I giovani al momento giusto hanno dimostrato di esserci, di avere una sensibilità tutta particolare per quanto riguarda l’antifascismo e gli ideali che da sempre lo accompagnano.

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