La grande truffa della class action


20 MAG. 2009 – Negli Stati Uniti hanno successo film che raccontano di processi intentati da gruppi di cittadini nei confronti di colossi industriali colpevoli di averli danneggiati. Storie, di solito, tutte a lieto fine. Come quella di "A Civil Action" dove un avvocato interpretato da John Travolta riesce a vincere una battaglia legale difendendo un gruppo di famiglie del Massachusetts. Da una parte ci sono dodici bambini morti di leucemia e dall’altra due grandi industrie chimiche che per anni hanno scaricato veleni in un fiume. Un tipico caso di class action, ovvero di quel particolare tipo di azione legale attraverso la quale dei soggetti deboli riescono a tutelarsi, agendo collettivamente, nei confronti di un soggetto molto più potente di loro come può essere una multinazionale, una banca o un’amministrazione statale.Qui da noi, per ora, film che parlano di casi italiani di class action non è possibile vederne. L’istituto dell’"azione risarcitoria collettiva" ancora non fa parte del nostro ordinamento giuridico. Ci fosse stato, ben diverse sarebbero state le sorti di tanti risparmiatori rimasti coinvolti in scandali finanaziari della portata di Parmalat, di Bipop-Carire, o Giacomelli. Tanto per citare i casi che hanno avuto come epicentro l’Emilia-Romagna. All’entrata in vigore del provvedimento sembra comunque che manchi poco. Nel frattempo potrebbe avere successo un film sul faticoso percorso subito dall’introduzione di questo strumento giuridico. Come scena iniziale sarebbe interessante un primo piano del Senatore Roberto Antonione in lacrime per essersi sbagliato a votare in Senato la legge che per un voto, il suo, introdusse la class action in Italia. Con tanta rabbia da parte di tutti quei lobbisti che assiduamente avevano cercato di contrastare lo spinoso provvedimento legislativo. Era il 15 novembre 2007, ultimi giorni del governo Prodi. Per i consumatori fu una vittoria epocale. Restava solo da attendere che, il 30 giugno 2008, la legge entrasse in vigore. Ma cinque giorni prima di quella scadenza, con le associazioni di consumatori italiane già pronte a far scattare una miriade di azioni collettive rivolte a grandi aziende come Parmalat, Cirio e a banche come Capitalia, un decreto del governo fa slittare di sei mesi l’appuntamento con l’efficacia del provvedimento. Con la scusa da parte dall’esecutivo, che nel mentre era cambiato, della necessità di integrare il testo con punti specifici riguardanti la tutela risarcitoria nei confronti delle pubbliche amministrazioni.Peccato che, successivamente, durante quei sei mesi di proroga, nessuno della maggioranza apporti tali modifiche alla class action. Il suo testo rimane intatto, tant’è che nel dicembre 2008 tocca a un altro decreto, il cosiddetto "milleproroghe", rimandarne nuovamente di altri sei mesi l’entrata in vigore. Così, di proroga in proroga si arriva ai giorni nostri. Nell’ipotetico film per ben due volte si vedrebbe una schermata nera con la scritta "Sei mesi più tardi". E qui sta la prima truffa della class action italiana, nella sua reiterata e non ancora avvenuta entrata in vigore. Un iter a dir poco ridicolo. Anche se è vero che l’Italia è piuttosto abituata alle proroghe delle proroghe (vedi i vari decreti "salva Rete4").Altre truffe sono state aggiunte alla legge nei giorni scorsi. Riguardano le modifiche, finalmente apportate, al testo iniziale. Emendamenti tutti peggiorativi, ovviamente. Se prima la legge poteva essere considerata retroattiva, ora non lo è più. Sarà valida soltanto a partire dalla sua entrata in vigore. Lo strumento giuridico, così, potrà essere utilizzato solo dai truffati del futuro. "Non potranno avvalersene, per fare un esempio, gli obbligazionisti dell’Alitalia condannati a recuperare dal Tesoro solo il 33% del valore dei loro titoli" ci spiega Francesco Avallone, responsabile del settore credito di Federconsumatori. "E nemmeno le persone danneggiate dal terremoto in Abruzzo, che avrebbero potuto mettersi insieme per far causa ai costruttori e alle amministrazioni coinvolte". Ma non basta. Per spuntare ancora di più l’arma è stato introdotto il deterrente del "danno punitivo". Nel caso, cioè, le motivazioni stanti alla base di un’azione collettiva venissero giudicate illegittime, i promotori oltre alle spese giudiziarie si troverebbero a dover rispondere anche di un "danno" apportato alla controparte. Nel caso, però, in cui a vincere fosse un ipotetico gruppo di consumatori contro una grande azienda a questa spetterebbe solo il risarcimento dei danni provocati, nessun ulteriore punizione è stata prevista dal legislatore. Una disparità di trattamento che ha suscitato anche dei dubbi di costituzionalità. "Si vorrebbero colpire le cause "temerarie". Ma nessuna causa lo è, se la si intenta vuol dire che delle ragioni ci sono. Non si può punire qualcuno soltanto perché si è sentito tradito, anche se poi la giustizia stabilisce che il torto non era tale", commenta Avallone. "E’ un ricatto, una spada di Damocle. Probabilmente su questo punto, così come sulla cancellata retroattività, Confindustria ha spinto molto".Nonostante sia zoppa e spuntata, Avallone è del parere che questa class action è sempre meglio che niente. "Nella cultura del nostro sistema giudiziario manca proprio l’idea di causa collettiva, di difesa di interessi collettivi. Questa è una brutta legge, però speriamo ugualmente che arrivi". A portare agli italiani una disciplina migliore potrebbe pensarci l’Europa. "Bisogna aspettare il dopo elezioni, poi magari tra un anno avremo qualcosa di valido per tutti i paesi dell’Unione", conclude fiducioso.Per ora la class action, come ha affermato una senatrice dei Radicali, Donatella Poretti, continueremo a vederla soltanto nei film americani. Non tanto perché si è ancora in attesa che diventi usufruibile, ma perché, per come uscirà dal Parlamento italiano, sarà inutilizzabile da coloro che non rientrano nelle categorie di consumatori o utenti. Un film americano come quello interpretato da John Travolta non potrà ripetersi nelle aule di giustizia italiane. Per il semplice motivo che quelle persone danneggiate protagoniste della storia qui da noi non rientrerebbero in nessuna delle due categorie previste dalla class action del nostro sistema. "Ecco perché avevamo presentato emendamenti per sostituire le parole "consumatori e utenti" con "cittadini", ha sottolineato la senatrice esponente tra l’altro dell’Aduc (associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori). Un emendamento, naturalmente, che è stato respinto.

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