La Giustizia oltre il 7 luglio


Nove anni fa girammo il documentario "Vento di luglio" raccogliendo le emozioni di undici familiari delle vittime: figli, fratelli, una moglie, una madre. Fu per noi un colpo allo stomaco, sentire persone adulte ancora così vicine all’accaduto, con le ferite aperte nel cuore, nonostante fossero già trascorsi 41 anni dal luglio sessanta.Oggi di anni ne sono passati 50 e la storia non cambia. Perchè alla dimensione umana, individuale del dolore, si unisce quella più politica, legata ai diritti ancora negati o rimessi in discussione, e all’assenza di una verità giudiziaria che condanni la mostruosità della repressione istituzionale violenta e premeditata. Delfina Franchi, madre di Ovidio, il 17 settembre del 2001, quando i familiari delle vittime furono ricevuti ufficialmente al Quirinale dal presidente Carlo Azeglio Ciampi, era là, in prima fila. Fu un incontro importante, perchè la presenza dei vertici delle forze dell’ordine significò un riconoscimento ed una ammissione: il riconoscimento dopo 41 anni ai familiari di essere parte lesa dei fatti del sette luglio, e dunque l’ammissione che qualcosa era successo. Qualcosa di terribile, mentre la sentenza del ’64 diceva il contrario: "il fatto non sussiste". Quel giorno, dopo aver parlato con Ciampi, Delfina mi disse: "Ce l’ho detto véh! Ce l’ho detto che io non voglio vendetta, ma giustizia sì. Abbiamo diritto di avere giustizia!". Sì cara Delfina, così come avresti avuto diritto, ripensando alle tue parole nel film, di continuare ad "essere madre". L’assenza di giustizia, è la prima ragione del dolore dei famigliari. Ieri uno dei figli delle vittime mi chiedeva, per motivi personali, di propria sofferenza, di togliere la sua testimonianza dal documentario riproposto in Tv. Ho cercato di spiegargli l’importanza del film per i giovani di oggi, perché sappiano e capiscano. Ma lei mi ha risposto: "i giovani di oggi non hanno tempo di guardare indietro, perchè i loro problemi sul lavoro non sono minori di quelli di allora". Ciò significa che a far paura, cinquant’anni dopo, è che quelle morti siano state inutili, che la storia si ripresenti uguale, che la democrazia, la libertà, la dignità del lavoro siano da conquistare e da difendere coi denti oggi come allora. Ma la paura è anche coscienza, è un motivo in più per fare sentire la propria voce. Quella dei familiari delle vittime del luglio ’60, ha detto ieri lo scrittore Paolo Nori, è "una voce che conta di più di tutte le nostre messe assieme". Loro c’erano al teatro Ariosto, loro continuano a chiedere giustizia. Per i loro morti di allora e per la nostra vita di oggi. L’importante è che non siano soli.

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