La crisi c’è


27 GIU 2009 – E’ difficile parlare in queste ore della situazione economica italiana senza pensare alle parole di Silvio Berlusconi sulla crisi inesistente e causata dai “catastrofisti” e dagli “uffici studi”. L’unico antidoto a questo delirio che imbarazza anche le istituzioni internazionali sembra essere quello di aggrapparsi con forza alla realtà, alle cifre.IL CASO REGGIO EMILIALa crisi economica non è come ce la saremmo aspettata, si presenta in modo più subdolo e a macchia di leopardo, per tanti versi imprevedibile. C’è però chi è in prima linea nel constatare gli effetti concreti di quella che è iniziata come crisi della finanza e oggi investe in pieno interi settori economici.I sindacati, per esempio. Che a Reggio Emilia hanno presentato un quadro della realtà molto obiettivo, che non ha bisogno di tanti aggettivi. Lo hanno fatto insieme, Cgil Cisl e Uil; un segnale di unità ma soprattutto il segno che la situazione è grave e va affrontata insieme nonostante le divisioni anche forti che pure esistono.Quella economica reggiana è una realtà avanzata e complessa, fatta di una rete di piccole e medie imprese che sono state la colonna vertebrale del modello emiliano da molto tempo. La stessa ondata migratoria, che la retorica leghista attribuisce a una fantomatica debolezza della sinistra, è proprio figlia di questo sviluppo. Ieri è morto un altro operaio nel reggiano, ed era un operaio romeno.L’osservatorio dei sindacati è “parziale” nel senso che si riferisce ai dati delle aziende oggetto di contrattazione; sfugge a questa analisi per esempio il dato complessivo dei disoccupati che l’Ufficio provinciale del lavoro continua a fornire su base trimestrale, rendendo quindi difficile una valutazione più esatta e costante delle imprese e dei settori in crisi.Ma i numeri sono comunque molto eloquenti: in provincia di Reggio sono 24.031 i lavoratori che sono stati coinvolti nella cassa integrazione (sia ordinaria che straordinaria) e nei vari contratti di solidarietà e mobilità. 3000 invece sono stati coinvolti nelle cosiddette sospensioni Eber, in pratica hanno acconsentito a non lavorare pur di non perdere il posto di lavoro, pur di rimanere in qualche modo “attaccati” all’azienda.Che vuol dire in concreto la cifra di 27.000 lavoratori coinvolti per la provincia di Reggio? Vuol dire un metalmeccanico su 2, un lavoratore (o una lavoratrice) su 3 nell’intero comparto industriale (edilizia esclusa).Per non parlare, ricordiamo noi, del mancato introito degli straordinari, già da tempo andato in fumo ma che fino a un anno fa era parte integrante del reddito di molti lavoratori.I sindacati mettono questi numeri riferiti ai lavoratori insieme a quelli del fatturato delle imprese (in molti casi anche il 50-70% in meno dell’anno precedente) e alle difficoltà del settore del credito (banche in particolare) che sta reagendo male e con lentezza alla nuova situazione economica. Una “prova del nove” sono poi i dati che arrivano dalle agenzie di lavoro interinale che rilevano una diminuzione dei contratti pari a circa il 70%.Il risultato che ne ottengono Cgil Cisl e Uil è che in settembre (a un anno esatto dall’inizio della crisi finanziaria) c’è la possibilità di una forte impennata della crisi economica, con la chiusura di numerose aziende. Una valutazione quanto mai lontana dal catastrofismo perché è da tempo che le parti sociali si sono messe insieme per trovare il modo che a questo punto non si arrivi, che non vengano persi posti di lavoro.C’è appunto la cassa integrazione ordinaria (che però sta per “finire” e per questo i sindacati ne chiedono il raddoppio a livello nazionale), c’è appunto la cassa integrazione straordinaria da utilizzare (è quasi decuplicata rispetto al 2008), ci sono i contratti di solidarietà (16 nel reggiano, soprattutto nel settore ceramico ma in parte anche nel commercio). Se tutte queste misure dovessero rivelarsi insufficienti, dicono i sindacati, “non accetteremo nessuna mobilità, nessun licenziamento su base unilaterale dell’azienda”. Il licenziamento dovrà essere insomma l’estrema ratio, e comunque da definire all’interno dell’accordo regionale.Sì, perché anche la Regione si è mossa per tempo e ha sottoscritto un accordo che si chiama “Patto per attraversare la crisi”. Per passarci dentro e venirne fuori, quindi, con molta concretezza. Un patto all’interno del quale ognuno deve fare la sua parte, dai sindacati, agli enti locali (con gli ammortizzatori sociali di cui dispongono), alle imprese.LETTERA A CONFINDUSTRIAE qui viene uno dei punti dolenti. Infatti Confindustria non ha sottoscritto nessun accordo né a livello nazionale né a livello regionale. A Reggio nella sua recente assemblea l’unione degli industriali ha riaffermato la necessità di uscire “tutti insieme” dalla crisi, ma nei fatti si è finora sempre tirata fuori da qualsiasi confronto reale (trovando in questo atteggiamento il forte appoggio del governo Berlusconi).I tre segretari reggiani (Mirto Bassoli per la Cgil, Giuseppe Pagani per la Cisl e Luigi Angeletti per la Uil) chiedono adesso con una lettera agli industriali della provincia di non adeguarsi automaticamente alla posizione di Confindustria Emilia-Romagna ma di aprire con le altre parti sociali il confronto che è mancato agli altri livelli.E indicano il “luogo” dove mettere in pratica questo confronto e cioè il tavolo provinciale anticrisi, che la nuova giunta provinciale (rinnovata tre settimane fa) dovrebbe riaprire. Un “tavolo” dove discutere ma anche dove reperire informazioni più aggiornate e precise dell’andamento economico e occupazionale, soprattutto nel settore industriale. Dove insomma capire, senza “inquinamenti” ideologici e propagandistici (ottimisti contro pessimisti) a quale profondità è arrivata la crisi economica e come muoversi prima che il danno sia fatto.

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