L’ultima offensiva contro l’acqua pubblica


8 OTT. 2009 – Acqua bene privato. La vede così il governo italiano che il 9 settembre scorso ha dato una decisa accelerata verso la privatizzazione delle reti idriche nazionali. Lo ha fatto varando il Decreto legge per l’"Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici di rilevanza economica". Un provvedimento che è il secondo tempo di una partita iniziata nell’agosto 2008 con la Legge 133 (famosa anche perché contenente i primi tagli alla scuola). Un anno fa, mentre gli italiani erano in vacanza e con l’aiuto dell’opposizione il governo aveva fatto passare una norma, unica in Europa, che di fatto obbliga i Comuni a mettere sul mercato le loro reti. Ora a quella legge sono state apposte sostanziose modifiche.Prima di tutto si stabilisce che i servizi pubblici locali, tra cui l’acqua, dovranno essere obbligatoriamente affidati, attraverso gara, a società miste in cui una quota non inferiore del 40% del pacchetto azionario deve essere in mano a un socio privato. Dopo di che il decreto pensa a come rendere difficile la vita agli enti locali che vorrebbero percorrere la strada degli affidamenti diretti a società interamente a capitale pubblico. Queste operazioni, dice il governo, dovranno ottenere il via libera dell’Antitrust (Autorità garante della concorrenza e del mercato) e dovranno dimostrare il carattere prevalentemente territoriale dell’attività di servizi svolta. Senza fiato la road map prevista dal decreto, che fa scadere entro il 2010 praticamente tutti gli attuali affidamenti di servizi idrici presenti nel Paese. Sia quelli che spettano a società in House, ovvero totalmente a capitale pubblico, sia quelli di cui si stanno occupando società miste. Entro il 2012, poi, il decreto fa decadere tutti gli affidamenti alle spa quotate in borsa, almeno che nel frattempo queste società non avranno provveduto a far scendere la quota pubblica sotto la soglia del 30 per cento. Una fetta ridicola di capitale sociale, che metterà di fatto la parola fine al controllo pubblico sulla gestione dell’acqua.Le lobby legate a Confindustria non vedevano l’ora di tuffarsi in una fonte di guadagno assicurato in tempi di crisi. Per tutto questo ben di dio di azioni servite su un piatto d’argento devono ringraziare un partito: la Lega Nord. Il decreto porta infatti il nome "Fitto-Calderoli". Per quelli del Carroccio lo smacco non è da poco. Perché loro, i verdi padani, si son sempre definiti il partito dei territori, paladini dei loro beni comuni e della loro autonomia. Concetti che hanno ben poco a che fare con l’entrata di grandi colossi multinazionali, tutti esteri, nella gestione di servizi locali di cruciale importanza come l’acqua.Facile pensare in quali mani finiranno i pacchetti azionari che i Comuni saranno costretti a (s)vendere da qui al 2012. Ci penseranno multinazionali francesi del calibro di Veolia e Suez-Lyonnais des eaux. Se non andranno all’estero, quelle quote andranno a banche come il Monte dei Paschi o a imprenditori come Francesco Caltagirone. Oppure saranno le quattro principali multiutility italiane a farsi avanti: Acea, Iride+Enia, Hera, A2a. Il colpo di grazia che il governo sta infliggendo all’acqua pubblica ha risvegliato anche i sindacati, preoccupati della facilità con cui i soggetti privati sono portati a esternalizzare (con conseguenze sull’occupazione) rami di attività di competenza dei gestori di servizi pubblici. In una nota la Filcem Cgil ha definito le novità introdotte dal decreto del 9 settembre “non utili allo sviluppo di un serio confronto fra le imprese finalizzato al miglioramento della qualità del servizio ai cittadini, al mantenimento dei necessari livelli di investimento e alla riduzione delle tariffe”. La Filcem Cgil ha espresso inoltre “forte preoccupazione per le ricadute che può comportare la scelta di delegare la gestione di servizi, essenziali e strategici per il Paese, alle sole mani di operatori e capitali privati.”

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