L’odissea del Buccaneer: i marittimi raccontano


ROMA, 14 AGO 2009 – Per i dieci marittimi italiani del rimorchiatore ravennate Buccaneer è l’ora del rientro a casa e anche del racconto della brutta avventura durata quattro mesi. Quattro mesi in mano ai pirati somali, in cui l’equipaggio della nave ha vissuto momenti davvero difficili. Come quello raccontato da Mario Albano, 58 anni, primo ufficiale del Buccaneer: “Il momento più brutto di questi lunghi quattro mesi? Era il cinque maggio, pochi giorni dopo l’abbordaggio e il sequestro del Buccaneer. Eravamo in coperta e uno dei pirati ha caricato il mitra, ce lo ha puntato addosso: ho visto la canna di quell’arma davanti ai miei occhi e ho pensato di morire, ero convinto che ci avrebbero massacrato tutti. Ho pregato, pensato a mia moglie ai miei figli”.Ce la siamo vista brutta, dice Albano, ma si rifiuta di spiegare il perché di quella reazione dei pirati. Un racconto, quello dei dieci marittimi, fatto anche di molti silenzi. Nella notte, appena dopo il loro arrivo a Ciampino, i carabinieri del Ros, su delega della procura della Repubblica di Roma, hanno sentito il comandante del Buccaneer, Mario Iarlori e il primo ufficiale, Mario Albano. Gli altri ex ostaggi saranno sentiti da Ros e Digos nei prossimi giorni. Il procuratore aggiunto di Roma, Pietro Saviotti,coordinatore del pool antiterrorismo della Capitale, ha aperto subito dopo il sequestro un fascicolo per sequestro di persona a scopo di terrorismo e pirateria. Secondo quanto si è appreso, i due ufficiali hanno ricostruito le fasi del sequestro spiegando di aver visto sempre cinque o sei persone che li tenevano in ostaggio e che gli stessi erano a volto scoperto. I due ufficiali avrebbero spiegato di non aver alcuna informazione circa un riscatto pagato per la loro liberazione. Un riscatto tra i quattro e i cinque milioni, come è sempre successo per i precedenti sequestri di navi di varia nazionalità.Anche Ignazio Angione racconta il “suo” sequestro. Il momento più brutto, dice, è stato un mese e mezzo fa, quando è finita l’acqua. “Quel giorno i pirati mi hanno picchiato, pensavano avessi un dissalatore nascosto. In quel momento avrei voluto essere capace di far cadere l’acqua dal cielo. Loro non mi credevano”. A Roma, ad accoglierlo, c’erano la moglie, la figlia, il genero e alcuni nipoti, oltre ad una sorella che vive nella capitale. Tra le cose di cui ha sentito la mancanza c’è anche il caffé. “Questa mattina ho fatto colazione bevendone una tazza, solo quella. Sulla nave – ha concluso – mangiavamo solo un piatto di pasta scondita”.Il primo ufficiale Albano è dimagrito di 13 chili e anche lui racconta quattro mesi di odissea, stenti, paura e poi speranza e gioia: "Mangiavamo una volta al giorno un pugno di riso e qualche volta un pezzo di carne di capra, eravamo sempre seduti, ho l’osso sacro che mi sta uscendo dalla pelle della schiena – dice con la voce che gli trema per l’emozione – ma tutto sommato sto bene un po’ dimagrito certo e stanco: eravamo sempre chiusi o in coperta o in sala macchine”. E poi un legittimo scatto di rabbia: “Questi pirati sono davvero spietati, non hanno pietà di nulla e qualcuno dovrà fare qualcosa per risolvere questa situazione, si dovranno prendere provvedimenti: non è possibile che in quel pezzo di mondo si rischia la vita per poter portare i soldi a casa, per poter lavorare. Io lì non ci andrò più. Tornerò a navigare, il mare è la mia vita, ma stavolta non mi allontanerò dal Mediterraneo”.Anche Giovanni Vollaro sembra poco intenzionato a rischiare di nuovo. Quello a bordo del Buccaneer era il suo primo imbarco, che potrebbe essere anche l’ultimo: "Sulle navi non ci torno nemmeno morto!" ha risposto a chi gli poneva domande sul futuro. Vollaro ha anche raccontato: “Non dimenticherò mai i momenti dell’arrivo dei pirati, i colpi esplosi, le minacce in inglese. Non abbiamo subito torture ma gli stenti sono stati tanti. Solo per fare un esempio: in questi quattro mesi ho perso 30 chili, passando da 130 a 100 chili di peso”.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet