L’impatto della “nuova” contraffazione


MODENA, 15 MAR. 2013 – E’ nata all’inizio dell’Ottocento la contraffazione. Assieme alle prime etichette e agli immediati tentativi di imitazione. Il fenomeno è cresciuto nei secoli, arrivando a colpire nel triennio 2008-2010 il solo comparto dell’abbigliamento per quasi 3 miliardi di euro. E nel frattempo è anche profondamente cambiato. Come dimostra l’indagine finanziata dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca e realizzata da 5 università italiane, tra cui quella di Modena e Reggio. Uno studio effettuato su un campione di 1309 consumatori europei, di cui il 40 per cento italiani, relativamente ai tre brand più contraffatti al mondo: Gucci, Louis Vuitton e Rolex.Ma le aziende non sembrano accorgersi di questi consumatori ibridi, pari al 7 per cento degli intervistati. Sottostimano la presenza di persone che consapevolmente acquistano contraffatto e si limitano a esaltare i loro prodotti, arrivando però paradossalmente a dequalificarli.L’aspetto positivo è che la contraffazione induce il consumatore dell’originale ad attivarsi in favore dell’azienda, non solo perchè è disposto a pagare di più per prodotti più ambiti da altri, ma soprattutto per rivendicare il proprio ruolo.E il lavoro del gruppo di ricercatori dell’Università di Modena e Reggio – Veronica Gabrielli, Silvia Grappi, Ilaria Baghi e Bernardo Balboni – non si ferma. Il focus della loro indagine si sposterà nei prossimi mesi dall’abbigliamento al mercato alimentare, analizzando le dinamiche territoriali legate ai prodotti tipici. Per capire se l’utilizzo dei diversi tipi di marca da parte dei consorzi contribuisce a segmentare la domanda, limitando la contraffazione, o se, al contrario, confonde il consumatore.

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