L’enigma Irenia


23 SET 2009 – Dopo lo shock dei giorni scorsi, adesso è il momento delle dichiarazioni caute e rassicuranti. Ma di rassicurante c’è poco nel pasticciaccio Iride+Enìa. Nei giorni scorsi si è saputo che la prevista fusione tra le grandi multi-utility di Emilia, Liguria e Piemonte sta rischiando di naufragare sul mega-debito che la parte ligure-piemontese si trova improvvisamente a dover fronteggiare in base alle nuove direttive europee sulla moratoria fiscale. Dai 30 milioni calcolati a suo tempo dalla società di revisione Deloitte si è passati ai 130 milioni calcolati dopo la riunione del consiglio dei ministri di venerdì che ha recepito le norme comunitarie.100 milioni che adesso rischiano di ricadere sulle spalle di Enìa, la parte emiliana della futura multiutility.TREMA REGGIO EMILIAIn queste ore a Parma e Piacenza non se ne discute molto. Diventa invece un affare politico a Reggio Emilia, dove l’ex amministratore di Enìa Uris Cantarelli ha fatto campagna elettorale proprio sulla fragilità di quell’operazione, candidando la sua compagna ed ex sindaco Ds di Reggio, Antonella Spaggiari.Il sindaco Pd Graziano Delrio (primo ex democristiano a sedere sulla “prima poltrona” della rossa Reggio Emilia) dice adesso che “è evidente che Enìa non può accollarsi i debiti di Iride”. Ma purtroppo non deve essere così evidente se il sindaco Delrio è costretto ad avvertire il Cda di Iride: “Deve dirci come intende assorbire questo debito” E aggiunge: “Temo un’ipotetica leggerezza nell’affrontare l’argomento da parte di Iride”.Il sindaco Delrio deve tutelare gli azionisti di Enìa ma soprattutto il bilancio comunale della città che potrebbe essere messo in grave difficoltà dalle due strade che per il momento si intravedono: cambiamento drastico del “concambio” azionario Iride-Enìa (che significa appunto accollarsi gran parte del debito) o naufragio della fusione (con la possibilità che Iride chieda i danni agli emiliani). E’ una situazione completamente nuova, dice Delrio, e su questa la giunta di centrosinistra intende lavorare.Ha facile gioco l’opposizione in consiglio comunale ad affermare che la relazione dei revisori di Deloitte sottolineava che la situazione patrimoniale di Iride non prevedeva “alcuno stanziamento a fronte dei rischi derivanti dal recupero degli aiuti di Stato". “Eventuali sviluppi di tale problematica – aggiungevano i revisori – in termini difformi da quelli considerati dagli amministratori potrebbero determinare effetti anche significativi sul rapporto di concambio”. Un fantasma che purtroppo in queste ore si sta concretizzando.PRIVATIZZARE È SAGGIO?Al di là della crisi contingente rimane aperta la questione sulla saggezza di privatizzare servizi e beni pubblici. A maggio 2008 Emilianet aveva intervistato Marco Bersani che è uno dei promotori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Allora la questione di attualità era la privatizzazione a Carpi (Modena) della società che gestisce le reti idriche. Lo scenario era diverso anche sul fronte Enìa e Iride. Spegava Bersani che sulle privatizzazioni delle municipalizzate “a partire per prima è stata l’Acea di Roma, poi sono partite altre società, con modelli anche differenti, tra cui anche Hera, in Emilia-Romagna. Nel centro nord è in atto un continuo tentativo di costruire sempre maggiori aggregazioni. Hera sta discutendo se agganciarsi a Iride, che è la multiutility della Liguria e del Piemonte, e se inglobare Enia che è la multiutility di Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Prima delle recenti elezioni amministrative a Roma c’era anche l’idea di un’unione con Acea. Lo scopo di queste aggregazioni è sempre lo stesso: mettere i beni comuni sul mercato della borsa internazionale”.Poi appunto il vento girò da un’altra parte a Roma e Alemanno affossò l’idea di Veltroni della fusione. E anche Cofferati, allora sindaco di Bologna, decise di non farne nulla. Rimasero in campo Iride ed Enìa e nonostante la “semplificazione” delle parti in causa, il percorso fu comunque lungo e accidentato.A Carpi la battaglia sull’acqua è stata persa. Sulla fusione Iride-Enìa adesso tutta l’attenzione è centrata sui rischi finanziari e sulla possibilità della fusione. Purtroppo il dibattito vero, quello della messa sul mercato dei beni e dei servizi pubblici, non c’è mai stato. Ovvero è stato liquidato in termini ideologici, rappresentato come se da una parte ci fossero i “moderni” sostenitori del mercato e dall’altro dei “trogloditi” ambientalisti. La crisi del mercato finanziario internazionale e l’evidente mancanza di regole certe (chi crea i buchi si aspetta che siano i contribuenti a coprirli visto il rischio di collasso del sistema, ha detto l’altra sera in tv il presidente Barack Obama) dovrebbero insegnare qualcosa. Ma evidentemente il mondo è troppo lontano da piazza Prampolini.

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