L’Emilia-Romagna nella morsa della crisi


BOLOGNA, 27 MAG. 2009 – E alla fine la crisi ha inghiottito anche la virtuosa Emilia-Romagna. Nella seconda parte del 2008 i suoi effetti si sono manifestati in tutta la loro portata, aggravandosi ulteriormente negli ultimi tre mesi e mettendo sempre più in difficoltà le piccole e medie imprese regionali.E’ quindi molto grigia, per non dire nera, la situazione illustrata questa mattina da Cna Emilia-Romagna nel corso della presentazione dei risultati di TrendER, l’Osservatorio congiunturale realizzato con le Banche di Credito Cooperativo e in collaborazione con l’Istat sui bilanci di 5400 PMI con meno di 19 addetti sull’intero territorio regionale.I DATIIl compito di presentare i dati rilevati è stato affidato a Ilario Favaretti, docente di Politica economica regionale all’Università degli Studi di Urbino, che ha cominciato analizzando l’esito sfavorevole del fatturato complessivo, pari a -5,6%. Un calo interamente determinato dalla componente interna, contro una componente estera che rimane invece in direzione espansiva, ma che per queste imprese pesa in modo molto limitato. E’ però il fatturato conto terzi ad accusare, con un -6,8%, il risultato più negativo, dopo essere stata fino a giugno la componente che più di ogni altra ha sostenuto la dinamica complessiva del fatturato. Poi c’è anche lo sfavorevole andamento delle vendite, che, confermando le paure per una crisi che si profila al buio, ha intaccato la propensione degli imprenditori ad effettuare investimenti, che subiscono un contenimento drastico (-10,8%) dovuto principalmente alla caduta verticale del secondo semestre (-20,7%). Su questo punto Favaretto si è voluto soffermare, sottolineando come la condizione di shock del mercato e la conseguente erosione del credito abbiano minato lo spirito di intraprendenza degli imprenditori. "A causa di un mancato rinnovamento della capacità produttiva – sostiene il docente – in loro non c’è più fiducia nella politica di espansione degli investimenti. Non a caso, il contraccolpo maggiore lo hanno subito le imprese che si sono più esposte".Guardando ai vari settori, le situazioni più preoccupanti sono tre: sistema moda, autoriparazioni e alimentari. Il primo caso è quello che presenta uno scenario più negativo, con un fatturato che nel periodo in esame ha registrato un -13,7%, principalmente per effetto del conto terzi. E anche per quanto riguarda gli investimenti la débacle è stata la più consistente: – 14,5%. Gli alimentari invece, pur se ancora in calo del 10,2%, hanno ridimensionato la perdita-record del 13,4% registrata nel primo semestre 2008.Dal punto di vista territoriale, infine, tutte le province emiliano-romagnole hanno subito una flessione del fatturato totale. Fa eccezione soltanto Piacenza, che oltre ad un +3,2% rispetto allo stesso periodo nel 2007 ha registrato anche la migliore perfomance per quanto riguarda il ritmo di crescita, pari a +9,7%. La crisi si è invece manifestata più apertamente a Ravenna, Parma, Reggio Emilia e Modena, che hanno tutte subito un calo superiore al 3%. Il peggior tasso di crescita del fatturato è quello ravennate (-11,2%), mentre Reggio, con un -7,9%, ha incassato un poco felice consuntivo annuale proseguendo nel momento di difficoltà iniziato già all’inizio del 2007.LE OPINIONIA fronte di questi numeri quantomeno sconfortanti, Cna Emilia-Romagna ha voluto sondare gli umori di un panel di 162 imprese da 4 a 100 addetti associate in regione. Interrogati sull’eventuale presenza di segnali di un rallentamento della crisi, gli intervistati hanno in gran parte espresso delle opinioni che delineano un’economia ancora bloccata e una situazione tale per cui risulta difficile prospettare nel breve-medio periodo un’inversione o almeno un rallentamento dell’attuale trend negativo. Vincenzo Freni dell’Istituto Freni Ricerche di Marketing di Firenze, a cui Cna ha commissionato il sondaggio, ha illustrato il pessimismo degli imprenditori emiliano-romagnoli, che non credono assolutamente che il peggio sia passato. L’85% degli intervistati pensa infatti che “nei prossimi mesi lo scenario non si modificherà” e che “forse si comincerà a parlare di uscita dal tunnel tra un anno, o, come indicano i più disillusi, anche oltre”. Il 46% vede proiettata solo al 2010 l’ipotesi di una prima eventuale ripartenza. Un altro 12% sposta il termine al 2001, il 27% non intravede date certe e solo il 15% ritiene che il momento più difficile stia per finire.Dal sondaggio emerge anche che, per quanto riguarda la fiducia nelle istituzioni, nel periodo di crisi regge quella nel sistema bancario nazionale, che si attesta tra il 60 e il 70%, mentre si ferma al di sotto del 40% quella nei confronti dell’attuale governo italiano. Secondo gli intervistati, le responsabilità dell’attuale congiuntura economica sono da addebitarsi, nell’ordine, alle istituzioni di controllo, ai mercati finanziari, alle banche e alle politiche di credito facile degli stati nazionali. Ma dovendo scegliere quale, tra i programmi di investimenti pubblici e il sostegno ai consumi, sia l’intervento più efficace a difesa dell’occupazione, la maggioranza non prende posizione. Le ideologie sono orami al bando e gli imprenditori considerano necessario un compromesso ragionevole tra il protezionismo e le regole del libero mercato.LA RIFLESSIONEDelineato in maniera esaustiva lo scenario economico regionale, si è dunque passati alla seconda parte del convegno, quella incentrata sulla riflessione. Il focus scelto dagli organizzatori è piuttosto complesso: riguarda il passaggio "dalla ricchezza al benessere, salvaguardando il capitale umano e professionale", il tutto partendo dai concetti di "abilità, intelligenza e conoscenza, fattori portanti di un nuovo modello di sviluppo eticamente e ambientalmente sostenibile".Il primo a offrire la sua opinione in merito è Gabriele Morelli, segretario di Cna Emilia-Romagna, che per creare un’alternativa e una via d’uscita dalla crisi ritiene indispensabile una "congiunzione tra innovazione e internazionalizzazione, in ogni settore e in ogni impresa". Partendo da qui, diventa poi necessario – secondo Morelli – coniugare la nuova ricchezza complessiva con la sua equa distribuzione, per raggiungere un equilibrio e una maggiore integrazione sociale e perseguire il benessere diffuso. E chi meglio delle piccole e medie imprese può farsi carico della positiva ripartizione della ricchezza? Il segretario regionale Cna ricorda come l’Europa stessa abbia poco tempo fa istituito una Settimana ad esse dedicata, individuandole come perno del nuovo modello di sviluppo. Infatti le PMI "mettono la persona al centro, sono radicate nel territorio e alla competizione esasperata preferiscono i rapporti di collaborazione, esemplificati dalle reti". D’ora in poi insomma, secondo Morelli, bisognerà "ricorrere agli indicatori di qualità al di là del PIL, salvaguardare la componente sociale dell’investimento e la fiducia degli investitori".Alla dePILazione, intesa come liberazione dal mito del prodotto interno lordo, e alla FIL, la Felicità interna lorda proposta provocatoriamente dall’economista Amartya Sen come suo sostituito, ha fatto riferimento anche Pierluigi Musarò, ricercatore al Dipartimento di Sociologia "Achille Ardigò" dell’Università degli Studi di Bologna. Nel corso del suo intervento, Musarò ha parlato di quello che viene attualmente considerato come "esternalità", vale a dire il livello di democrazia di un paese, la quantità di popolazione che vive sotto la soglia di povertà, la qualità dell’acqua che si beve e dell’aria che si respira. E lo ha fatto per sottolineare invece la centralità di questi indicatori, additando l’ostinazione a leggere tutto "con lenti vecchie" come una delle cause di questa crisi. Solo allineandosi con il nuovo scenario, che mette al centro l’etica dei consumi e la sostenibilità, sarà possibile uscire dal tunnel. "Per esempio – ha detto Musarò – anziché continuare a costruire, pensiamo a ristrutturare. Oppure, come diceva Mark Twain: comprate terreni, non se ne fabbricano più".Su questa lunghezza d’onda hanno viaggiato anche le parole di don Franco Appi, docente di Teologia morale e direttore del Centro diocesano Pastorale Sociale e del Lavoro di Forlì. Presenza insolita ma molto gradita in un contesto come quello in cui solitamente agisce Cna, il sacerdote si è soffermato sull’equilibrio da tenere fra sviluppo economico e tutela dei diritti. Proprio dalla sua assenza sarebbe infatti scaturita questa crisi, una "crisi etica e antropologica, che nasce da una diversa concezione dell’uomo, diventato ormai un semplice strumento, un produttore ma anche un prodotto". Don Appi rintraccia la via d’uscita in due parole: la prima è "sobrietà", nella sua accezione letterale di contrario di ubriachezza, da applicare nella relazione con l’ambiente, "perchè inquinandolo inquiniamo noi stessi". La seconda invece è "condivisione", possibile anche in un mondo fatto di proprietà. "In fondo – conclude – è Tommaso d’Aquino che ha inventato il concetto di proprietà personale. Ma lui le dava una valenza sociale, legittimando il possesso di qualcosa, ma non l’uso, che doveva essere a beneficio di tutti".

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