L’Avvenire attacca: “la Regione discrimina la famiglia”


BOLOGNA, 20 DIC 2009 – L’Avvenire lancia un nuovo attacco contro la giunta regionale di Errani, dopo quelli delle settimane scorse sulla pillola abortiva e sul biotestamento. Nell’inserto domenicale "Bologna Sette" è comparso oggi un editoriale intitolato "Regione, non discriminare la famiglia", che ritorna sulle critiche avanzate dal card.Carlo Caffarra alla Finanziaria regionale del 2010 in materia di equiparazione delle convivenze alla famiglia nell’accesso al welfare. Critiche che avevano portato il cardinale a scrivere al presidente della Regione Vasco Errani, cui era seguito un incontro riservato tra arcivescovo e governatore l’11 dicembre. Il significato della norma proposta dalla Giunta regionale – scrive nell’editoriale Paolo Cavana, responsabile dell’ Osservatorio giuridico legislativo della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna – è quello "di rimuovere (cioé di vietare) ogni possibile differenza nelle modalità di accesso" ai servizi sociali e assistenziali, "prescindendo dalle concrete condizioni soggettive dei potenziali richiedenti, come quello per esempio di genitore o coniugato, ai quali la legge impone obblighi nei confronti di terzi (di educazione e mantenimento, o di assistenza morale e materiale) di cui anche il legislatore regionale dovrebbe tenere conto. "Qualora fosse approvata – continua Cavana – la norma introdurrebbe un vincolo legislativo a carico di tutti i Comuni e le Province della nostra regione, che nell’erogazione dei loro servizi disciplinati da leggi regionali (sanità, servizi sociali, ecc) non potrebbero più prevedere misure o modalità di accesso agevolate a favore delle famiglie, o di un soggetto in quanto genitore o coniugato con persone a carico, poiché in tal caso si esporrebbero a ricorsi. Con ciò violando anche l’autonomia statutaria e amministrativa degli enti locali, costituzionalmente tutelata e garantita. A parità di reddito individuale l’essere genitore o coniugato non avrà più alcuna importanza nell’accesso a servizi pubblici locali". "Le funzioni educative – si legge ancora nell’editoriale – di assistenza morale e materiale e di cura proprie della famiglia è come se non esistessero; chi le vuole compiere in proprio lo farebbe a proprie spese come frutto di una scelta del tutto personale. Tanto varrebbe disinteressarsi dell’educazione dei figli e affidarli ad istituti pubblici a tempo pieno, non sposarsi e stringere rapporti personali precari privi di reciproca protezione sul piano economico e affidare gli anziani a case di ricovero pubbliche. Questo è il modello di società che la norma propone e che la rende, a tacer d’altro, profondamente ingiusta".

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