Inizia un anno scolastico col fiatone


REGGIO EMILIA 14 SET. 2009 – “Sarà un anno col fiatone, tutto di corsa. E il problema più grosso sarà l’incertezza”. Questo lo stato d’animo con cui si apprestano a iniziare l’anno scolastico professori e studenti. A fornirci una previsione su come verrà vissuto il 2009-2010 è Marco Incerti Zambelli, preside dell’istituto tecnico “Pascal” di Reggio Emilia, un insegnante che ha alle spalle più di dieci anni di esperienza da dirigente scolastico e che è pronto ad affrontare i prossimi cambiamenti dettati dalla “dottrina” dei ministri Gelmini e Tremonti. “Sarà un anno ponte, in quanto nel 2010-2011 partirà una riforma che ridisegnerà l’offerta formativa” spiega Zambelli non nascondendo le proprie perplessità. “I tempi mi sembrano molto stretti. Un riforma deve essere preparata bene. Se vogliamo una scuola nuova occorre che venga condiviso un progetto e che gli insegnanti siano formati. Se cambiamo solo il nome vuol dire non cambiare nulla.”Difficile per ora ragionare su come potrà essere il volto della scuola che verrà. “Non abbiamo ancora i programmi e nemmeno le linee di indirizzo. Non sappiamo quanta flessibilità verrà lasciata alle scuole. Il ministro stesso dice che in dicembre verranno approvate le nuove regole. E che si avrà un po’ di tempo per promuovere delle modifiche. Per questo dico che ci sarà da correre”.Intanto si parte coi problemi nuovi di quest’anno, a partire dalle classi di 30 studenti…Non dico che ci vorrebbero classi da 15 studenti, però a 25, 26 bisognerebbe fermarsi. Perché c’è da tenere conto dell’inserimento dei ragazzi diversamente abili, nonché di quelli stranieri, che sono molti. Con le classi da 30 alunni diventa difficile, inoltre, usufruire dei laboratori, che sono fondamentali. Il sovraffollamento delle classi si può considerare un’anomalia, in quanto l’Italia è il paese in Europa col maggior numero di docenti per studente. Questo vuol dire che c’è qualcosa che non funziona e che bisogna studiare un meccanismo diverso.Poi c’è l’altro grosso capitolo: il precariato. Cosa vuol dire per un preside avere a che fare con insegnanti precari?Nella mia carriera sono passato in scuole dove ho avuto anche il 40% di precari. Una situazione profondamente negativa, perché è nel rapporto docenti-studenti che si costruisce un percorso educativo. E se questo percorso non è continuo e stabile diventa frustrante per i ragazzi andare avanti. Tante volte mi è capitato sentirmi dire “Preside, vorremmo ancora quell’insegnante lì l’anno prossimo”. Ogni volta mi è toccato rispondere che non dipendeva da me.Allo stesso tempo la frustrazione è provata anche dai docenti, anche questi li chiamo ragazzi, ma una buna parte di loro sono già dei quarantenni. Molti lavorano con passione, perché sono agli inizi della carriera, hanno voglia di fare e di imparare. Con qualche necessità di sgrossare determinate rigidità. Ma non va certo in loro aiuto avere sempre l’ansia di non sapere dove si è l’anno dopo.Come si potrebbe risolvere il problema del precariato?Non si può far diventare di ruolo tutti i precari. Perché già abbiamo, come dicevo prima, un rapporto docenti-studenti alto. Ma per aggredire alla base il precariato basterebbe guardare a quanti insegnanti vanno in pensione nei prossimi quattro anni, che sono tanti, perché l’età media degli insegnanti in Italia è alta. Si potrebbe trovare, volendo, una soluzione meno impattante di quella adottata ora. Capace anche di escludere il ripetersi di questa situazione. Perché ridurre il numero di docenti può essere anche giusto, ma occorre tenere conto che c’è gente che lavora nella scuola da 10 o 15 anni e che è sposata con figli, con mutui da pagare. Diventa un problema sociale. Speriamo che gli ammortizzatori che si vogliono introdurre funzionino bene.Gli insegnanti sono troppi in Italia, però non si riesce a fornire un’alternativa agli studenti che non frequentano l’ora di religione…Sì, gli insegnanti per fare qualcosa di diverso non li abbiamo. Nella mia scuola ci sono addirittura 3 alternative, studiare in classe da soli mentre gli altri fanno religione, andare in biblioteca, sempre per studiare per conto proprio, oppure andare a casa se si tratta dell’ultima ora (con l’autorizzazione dei genitori, ndr). Anni fa si riusciva a organizzare un insegnamento alternativo, assegnando qualche ora in più a insegnanti con poche ore, ma oggi mancano le risorse.Per quanto riguarda gli studenti diversamente abili ci saranno delle difficoltà in più a partire da quest’anno?Siamo in una regione che per tradizione ha una forte attenzione verso i diversamente abili. Quello che bisognerebbe fare e che diventa sempre più difficile è passare dall’assistenza al progetto di vita. Vi sono delle difficoltà perché occorre mettere in rete tutte le varie strutture (Ausl e Comuni, ndr) che lavorano attorno alla disabilità. E anche qui la crisi economica si sente, nel senso che con le risorse esterne, così come con quelle interne, siamo a livello. E lo stesso problema esiste con gli studenti stranieri.Ecco, ci parli dell’integrazione. I ragazzi immigrati sono presi in considerazione dal ministero?Non c’è una strategia governata da centro su questo fronte. Viene lasciato molto all’autonomia delle scuole. Nonostante si tratti di una questione pressante. Gli adolescenti che arrivano da un altro paese, e che hanno 16 o 17 anni si ritrovano in una situazione drammatica. Anche per loro c’è da pensare un progetto di vita, perché inserirsi in una scuola per loro vuole dire impegnarsi in un percorso lungo cinque o sei anni. Devono imparare l’italiano, e poi l’italiano per lo studio. Servirebbero quindi, anche qui, delle risorse. Che non si possono chiedere a chi arriva, visto che di solito le famiglie che giungono in Italia sono mosse da problemi economici. Ma è logico che se si vuole una scuola che funzioni bene bisogna investirci. E questo non sta avvenendo.

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